di Alessandra Mammì
Ora basta! Ci mancava l'architettura spiegata da una cameriera. S'indigna l'architetto furioso. Eppure la cameriera in questione è già stata santificata da 'Koolhaas House Life', film dello scandalo, starring Guadalupe Acedo opulenta femme de ménage dell'indiscusso monumento della contemporaneità, 'la Maison à Bordeaux', capolavoro di Rem Koolhas del 1998. Una sintesi di volumi sospesi e tecnologia avanzata, nata per un committente afflitto da grave handicap, dove l'abbattimento delle barriere è il punto di forza della sperimentazione. E così, sulle note di un kubrickiano valzer alla '2001', il film si apre con la possente Guadalupe che ascende allo schermo in tutto il suo splendore, armata di vestito a pallini, parannanza rosea, stracci alla mano e scultoreo aspirapolvere Hoover. Il pubblico già ride, i critici più accorti la paragonano a un post moderno Jacques Tati, gli architetti si dividono. Giusto o sbagliato far raccontare a chi l'accudisce un tempio del progettar moderno? Giusto o sbagliato ascoltare Virgilio in versione colf nel suo miscuglio di sentimenti che passano dall'orgoglio allo sconcerto? Giusto o sbagliato seguire la Guadalupona mentre arranca sulle striminzite scale a chiocciola di servizio, inciampando nel tubo del fido Hoover? Giusto o sbagliato dimostrare che il progettista tanto attento al committente, ha del tutto trascurato i terreni bisogni della sua cameriera?
Il dibattito è aperto. E a scatenarlo è stato un filmaker molto sperimentale. Si firma Ila Bêka, ma non è né fiammingo né slavo. Al secolo Filippo Clericuzio è nato a Trieste nel 1967, ha studiato architettura a Venezia, ma vive a Parigi, dove 'L'espresso' è andato a cercarlo, con Louise Lemoine (giovane compagna di vita e di lavoro con studi filosofici sul tema del frammento), ed è anche recidivo. Non bastava Guadalupe.
Lui si è spinto fino a Bilbao per intervistare gli acrobatici pulitori di vetri del Museo di Frank Gehry. Ha raggiunto nelle campagne di Bordeaux i vendemmiatori nel celebrato capannone progettato dagli svizzeri Herzog&de Meuron. Ha raccolto le opinioni dei fedeli di Tor Tre Teste, periferico quartiere della barocca Roma, sulla spiritualità minimal della chiesa di Richard Meier. "Non è provocazione", ci dice con sguardo limpido ed entusiasta, "è ricerca. Quella che da bravo avanguardista, di quelli di cui si è perso lo stampo, La persegue da sempre. Vedere per credere nel sito i suoi millimetraggi. Film cortissimi (uno o due minuti) dove il nostro gioca con tutti i generi, dall'horror al surrealismo, e tutti i linguaggi, dall'animazione ai film verità.
Ne ha vinti Beka di premi con le sue microstorie, prima di incontrare Louise e di lanciare la cinepresa alla cattura del volto umano dell'architettura. Quella che scende dal piedistallo delle archistar e dalla perfezione estetica dei modelli e dei progetti. Quella che si scontra con i limite dei nostri corpi, con la difficoltà quotidiana, con la banalità dell'uso. Ma Guadalupe tutto è fuorché banale. Anzi, dice cose molto sensate. Tipo:"Non amo tutto questo cemento grigio, sa di morte. Ma i ricchi sono diversi e il grigio è il loro lusso". E non è neanche sprovveduta: sa perfettamente distinguere fra tecnologia utile e giochetti virtuosistici. Parla di Koolhaas con affetto, "un buffo signore dalla grande orecchia che sa ascoltare. Glielo dissi che avrei voluto anch'io una casa costruita da lui. Ma meno complicata di questa". E soprattutto è consapevole di essere il genius loci del suo edificio simbolo. "Lei incarna tutto il senso del nostro lavoro", spiegano Ila e Louise, "e non per spirito demagogico o populista. Noi volevamo un film di architettura diverso dalla celebrazione dell'icona. Volevamo parlare di uomini e non solo di spazi. E, senza volerlo, ci siamo trovati di fronte a una domanda: ma cosa sta chiedendo oggi l'architettura agli esseri umani?".