Siti del circuito Teknoring


Professioni e categorie si dividono sugli studi di settore

Confronto aperto sulla validità dello strumento in chiave antievasione: i professionisti favorevoli alla sua abolizione

No comment - 29/06/2009

Superare gli studi di settore? Se i professionisti sembrano ben contenti di questa prospettiva, non avendo peraltro mai veramente gradito la "verifica statistica" dei redditi, le associazioni di commercianti e artigiani continuano a mostrare una certa fiducia nello strumento. In ogni caso le indicazioni (si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri) venute ieri dal presidente della commissione bicamerale per l'Anagrafe tributaria, Maurizio Leo, e dal responsabile fiscale del Partito democratico, Stefano Fassina, rappresentano elemento di confronto per tutti.

I professionisti
Tra i professionisti riscuote certamente più favore l'idea di estendere l'utilizzo del redditometro che non quella di ampliare la platea dei minimi fino alla soglia dei 100mila euro. In questo senso va decisamente il parere di Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili: «Sull'opportunità di privilegiare il redditometro piuttosto che uno strumento meramente statistico, come sono gli studi di settore, siamo perfettamente d'accordo e lo andiamo ripetendo da più di un anno. Ci trova invece tiepidi l'ipotesi di barattare l'eliminazione degli studi di settore con l'innalzamento a 100mila euro della soglia dei cosiddetti contribuenti minimi. Si tratta di un regime sostitutivo e di questi nel nostro ordinamento ce ne sono già troppi».
E critici sugli studi anche i consulenti del lavoro. Il presidente del Consiglio nazionale Marina Calderone afferma: «Gli studi sono certamente un sistema che ha dimostrato di non reggere ai cambiamenti in atto nei mondi che dovrebbero essere chiamati a rappresentare. Anche la situazione attuale mostra tutti i limiti dello strumento, che per quanto concordato non può rappresentare tutta la realtà economica di un paese differenziato come l'Italia. Spesso gli studi stanno al di sopra anche delle fasce reddituali più alte di un certo settore».
Anche se l'elemento di frizione più alto resta l'utilizzo che, da parte dei professionisti, viene rimproverato agli uffici fiscali. Afferma Calderone: «Se venissero utilizzati come strumenti di selezione andrebbe anche bene, ma spesso gli uffici li utilizzano come strumenti di accertamento diretto e così non può essere».

Le due proposte

Il dibattito
Con gli interventi di Maurizio Leo (presidente della commissione di vigilanza sull'anagrafe tributaria) e di Stefano Fassina (responsabile finanza pubblica del Pd) si è aperto ieri un confronto sul futuro degli studi di settore.

Le indicazioni arrivate da Maurizio Leo
Secondo Leo gli studi di settore si sono rivelati uno strumento rigido e non in grado di scalfire il livello patologico dell'evasione fiscale italiana. Da qui la necessità di ridimensionarli a favore di altri strumenti,in prima battuta il redditometro. A questo si dovrebbero aggiungere meccanismi di detassazione del reddito incrementale dichiarato e la diffusione (facoltativa) di pagamenti tracciabili.

La posizione fatta valere da Stefano Fassina
Per Fassina è necessario arrivare ad abolire gli studi di settore. A questo si deve accompagnare l'allargamento del regime dei minimi ai contribuenti con fatturato fino a 100mila euro, l'aumento delle garanzie per i contribuenti nel contraddittorio e la riqualificazione delle articolazioni territoriali di Entrate e Gdf.

Le categorie
Tutt'altra musica, anche se con qualche distinguo, sul fronte del lavoro autonomo. Secondo Mauro Bussoni, vice direttore generale di Confesercenti: «Per quanto ci riguarda gli studi rappresentano uno strumento di collaborazione valido tra amministrazione finanziaria e contribuenti, che ha dato buoni risultati. E tra l'altro ha permesso alle categorie di svolgere un'azione di natura culturale nel rapporto degli iscritti con l'amministrazione. Certo il carico fiscale sui contribuenti è eccessivo, ma questo non è un problema collegato agli studi di settore». E aggiunge: «Nella situazione attuale certo gli studi mostrano una difficoltà legata al fatto che sono concepiti per rappresentare una situazione di normalità economica, che in questi ultimi due anni è venuta a mancare».
E Sergio Silvestrini, segretario generale di Cna, spiega: «Gli studi sono ancora uno strumento grezzo, da aggiustare; ma hanno subito in questi anni un'evoluzione positiva. La vera prova del fuoco sarà però come reagiranno alla crisi e come l'am-ministrazione li applicherà nei controlli in questo periodo. Chi non ha avuto i redditi stimati non deve dichiararli. Intanto, stiamo anche verificando sul campo che risultati vengono fuori da Gerico 2009, ma confidiamo nella saggezza di tutti nell'applicazione dei risultati».

Antonio Criscione (Il Sole 24 Ore del 24/06/2009)

sul canale No comment
Commenta questo articolo.

Per scrivere un commento devi essere registrato!

Se non ti sei ancora registrato clicca qui

Scrivi qui il tuo commento
Effettua il login

Articoli più letti
Software più scaricati