Cittadini digitali: Estonia batte Italia
L'euro c'è. Il cittadino europeo no. Ho chiesto ai miei studenti dell'università di Tartu, in Estonia: avete mai sentito parlare di Siena? Solo cinque su settanta hanno risposto affermativamente. Tutti gli altri non sapevano neanche in quale Paese collocare la città toscana. Non otterrei diverso risultato se interrogassi su Tartu gli studenti dell'ateneo senese. A dispetto di Erasmus e dei voli a basso costo, mancano ancora curiosità e consapevolezza dell'essere europei. Eppure, Siena è una delle culle dell'arte e della storia europea. Eppure, Tartu è stata per secoli al centro della rivoluzione accademica nei paesi nordici. Fondata nel 1632 grazie a una bolla di Gustavo Adolfo II di Svezia, l'ateneo tartuense, nell'Europa scandinava e baltica secondo per anzianità solo ad Uppsala, è stato un crocevia di docenti e studenti svedesi, tedeschi, russi zaristi, sovietici. Fino alla ritrovata indipendenza del paese all'alba dei Novanta del secolo passato. Ancor di più oggi, nelle sue aule si trovano insieme studenti estoni, dell'Est Europa, della Germania e Francia, e anche italiani.
Se manca il cittadino europeo, sono però già nati, anche nella vecchia Europa, i cittadini del mondo digitale. Costoro non hanno ancora un'identità formale, sulla quale sta lavorando un nuovo consorzio mondiale, il Global Trust Center.
Ma vivono e lavorano in “second life” (http://secondlife.com). Non tutti i cittadini dei paesi europei possono però vivere questa “seconda vita”. Per farlo, bisogna che siano disponibili le infrastrutture adeguate. Tecnologie digitali, una molteplicità di media e collegamenti veloci, senza fili e gratuiti alla rete Internet rendono ubiqua la nostra vita, e ci fanno entrare in “second life”. Ebbene, la piccola Estonia, investe massicciamente in queste infrastrutture. Mentre il nostro paese ha accumulato un ritardo digitale, ai più poco visibile perché l'uso massiccio dei telefonini ha alzato una coltre di nebbia sui paesaggi online. In Estonia, il governo e la pubblica amministrazione hanno drasticamente ridotto l'uso della carta. Sono i bit che muovono le pratiche, non i timbri e le marche da bollo. Negli alberghi, anche modesti, è assicurato il collegamento wireless, a banda larga e gratuito a Internet. La mobilità urbana — semafori, parcheggi, corsie preferenziali, ecc. — viene disegnata con le tecnologie digitali. Non in Italia, e nemmeno in Spagna. Che siate per un viaggio d'affari o di piacere a Siviglia o a Bologna, è molto probabile di trovarvi costretti a sborsare 8 euro all'ora o 18 al giorno per collegarvi ad Internet, ottenendo in cambio una prestazione davvero mediocre sia per velocità che per stabilità della rete. Mattoni e cemento riscuotono sempre la più grande attenzione presso i nostri politici e gran parte del ceto imprenditoriale. Tutto ciò che è digitale continua ad essere osservato, da troppi tra quelli che contano, con sospetto o noncuranza. In fondo, l'economia digitale cambia la nostra vita. Addirittura ce ne offre una seconda. Ma ciò vuol dire mettere a repentaglio la quiete dello status quo, del far-le-cose-come-sempre-si-è-fatto. Allora, fin quando il paese sarà guidato dai tiranni dello status quo, non potremo sperare di entrare nel gruppo di punta dei cittadini digitali. Un giorno, sì, ci arriveremo. Ma sarà nel plotone dei ritardatari. Intanto, non poche opportunità andranno perdute perché i mercati sono, anzitutto, conversazione, e in misura crescente conversazione online.
L'Europa è priva di cittadini europei. Alcuni suoi paesi, tra i quali il nostro, sono anche privi di quei cittadini digitali che costituiscono l'avanguardia di un moto rivoluzionario rivolto a plasmare il cittadino, insieme europeo e globale, del ventunesimo secolo.
Piero Formica su Il Denaro del 10 novembre 2007