Il mixage iconografico che caratterizza la nostra epoca non solo prevede trasversalità in orizzontale, con elementi linguistici e tipologici che fluttuano da un settore all'altro con disinvoltura, ma anche a una continuità in senso verticale: lungo la linea del tempo scorrono riferimenti stilistici privati di ogni contestualizzazione storica.
Tutto ritorna con la stessa facilità con cui si appanna o scompare. Il rilancio delle diverse delle diverse décadi del secolo scorso - ovviamente ci riferiamo del design dell'arredo - non ha mai privilegiato - chissà perché - gli anni '50.
In quel periodo l'architettura porta a compimento i principi distillati dal Razionalismo e il design, che nel frattempo giunge a un'effettiva maturazione sia metodologica che nei rapporti con la produzione industriale, si muove in un orizzonte del tutto nuovo, forse perché privo di un solido background.
I morfemi del design d'arredo di quel periodo sono le gambette divaricate di mobili e poltrone, le linee sghembe e le asimmetrie, che esprimono una visione molto più libera e "fresca" del progetto. È insolito, in sede critica e storiografica, mettere l'accento sugli aspetti formali e compositivi, ma in questo caso ci è utile per descrivere ciò che non fa tradizione. L'obiettivo di fondo è sempre quello di interpretare e di far progredire la sensibilità di una borghesia moderna e tendenzialmente colta che, a conclusione della Seconda Guerra Mondiale, vuole respirare il nuovo spirito del tempo.
Ora le forme di Gio Ponti, Ico Parisi e Franco Albini sollecitano l'interesse di una falange creativa interessata a quelle forme esili e aggraziate, orientate alle geometria retta.