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Perche’ il Veneto continua a credere nel Piano casa

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Dopo l’approvazione del suo terzo aggiornamento lo scorso dicembre (legge 32 del 29 novembre 2013, in vigore dal 2 dicembre 2013) e la conseguente querelle legata alle contestazioni riguardo il potenziale sorpasso della pianificazione locale da parte dei singoli interventi basati sul Piano casa stesso, che ha portato i comuni capoluogo, guidati da Venezia, ma eccezion fatta per Verona, a contestare la regione, è di fine maggio la notizia dell’adozione di una circolare esplicativa, concordata con l’Ance Veneto, e di un nuovo disegno di legge.

La prima, che descrive nel dettaglio le modalità di applicazione della legge, è al momento in attesa del parere di competenza della commissione regionale prima di essere girata ai comuni; il secondo recepisce aggiustamenti e variazioni emersi a seguito delle contestazioni sorte dopo l’approvazione del Piano casa ter, e se ne prevede l’approvazione per i prossimi mesi. In quest’ultimo, anche il tema delle cosiddette “varianti verdi”. Si tratta della possibilità da parte dei proprietari di poter indietreggiare rispetto alle previsioni urbanistiche di piano, chiedendo una sorta di “declassamento” a verde di aree che nei piani risultano fabbricabili. L’opzione è stata inserita sulla base di numerose richieste avanzate dai privati, che mirano a risparmiare così sulla tassazione delle aree fabbricabili.

Comunque pienamente operativo, come sottolinea Marino Zorzato, vicepresidente della Regione e assessore al territorio, il Piano casa ter (tecnicamente si tratta di una terza modifica alla legge originaria del 2009) rimarrà in vigore fino al maggio del 2017. Prevede sempre la possibilità di ampliamento del 20% del volume o della superficie degli edifici esistenti. Gli ampliamenti possono essere realizzati anche in maniera indipendente, ad una distanza di non oltre 200 m dall’edificio principale. All’aumento del 20% si potrà aggiungere un 5% o 10% (rispettivamente, per edifici residenziali e non) per gli interventi di messa in sicurezza antisismica; ed anche un 10% nel caso di rimozione dei tetti in amianto. Nel caso di demolizione e ricostruzione di un edificio esistente, allo scopo di migliorare le caratteristiche architettoniche, energetica ed di sicurezza, il bonus arriva al 70% o all’80%, rispettivamente nel casi di edilizia tradizionale o di bioedilizia.

La stima della potenzialità edificatoria del III Piano Casa viene valutata tra i 6 e gli 8 milioni di mc, circa il 5 – 7 % dei 100 milioni di metri cubi di nuova espansione edilizia prevista dai piani urbanistici.

La Regione Veneto ha inoltre diffuso a metà maggio il secondo numero dell’opuscolo informativo sullo stato dell’arte riguardante il Piano casa. Dal 2009 al dicembre 2013 (periodo coperto dal I e dal II Piano casa) sono stati investiti complessivamente circa 3 miliardi di euro, legati a circa 70.000 domande presentate (con un investimento medio di circa 42.000 euro); di questi, il 95% degli interventi riguarda gli edifici residenziali (per un intervento medio pari a 160 mc), mentre l’intervento medio sugli edifici non residenziali misura circa 800 mc. Questo ha permesso a 7.700 imprese, che occupano 11.700 addetti di continuare ad operare nel mercato edilizio.

Negli stessi giorni, in occasione di un convegno a Mestre, si è avuta la prima opportunità di confronto diretto tra gli organi regionali e le associazioni professionali sul tema del Piano casa, che hanno sofferto dei contrasti tra Regione e Comuni e del conseguente clima di incertezza che frena i cittadini nelle loro richieste. Il braccio di ferro non era solo politico: il timore era sia di vedere sorpassata la pianificazione territoriale da parte di una miriade di piccoli interventi incontrollati, che potenzialmente potrebbero portare ad una condizione territoriale diversa da quella prevista dalla pianificazione, sia di vedere i centri storici trasfigurati dagli ampliamenti. Alle proteste delle amministrazioni si erano aggiunte quelle dell’Inu, che esprimeva forti perplessità anche soprattutto in relazione ai centri storici, da tutelare in quanto insieme urbano e non in riferimento ai singoli edifici.

L’accordo raggiunto (a metà febbraio) sembra scongiurare questa ipotesi: la linea di fondo è che il Piano casa non rimuove alcun vincolo esistente, sia esso comunale, regionale o nazionale. Viene ribadito così che i Comuni possiedono la capacità decisionale del se e come applicare le misure per gli ampliamenti volumetrici degli edifici (e nella circolare si limita l’aumento in altezza ad un piano solo); inoltre, sempre alle amministrazioni spetta l’ultima parola sulla validità di procedure o sull’esclusione di alcune zone dall’applicazione del Piano casa.

L’obiettivo istituzionale rimane quello della costruzione di opportunità di lavoro per le imprese, pur con la spada di Damocle del consumo del territorio sempre pendente. I casi di nuove costruzioni non sono poi così numerosi – in alcuni casi sono apertamente osteggiati dalle amministrazioni comunali, come è il caso di Padova che ha istituto una commissione di esperti di ambiente urbano a cui si deve sottostare per richiedere un parere preventivo – e questo va a favore delle dichiarazioni del presidente della Regione Luca Zaia contro il consumo del suolo. In effetti, per frenare la corsa al consumo del suolo potrebbe essere più utile lavorare sulla percentuale del 95% circa dei 100 milioni di mc previsti dai piani urbanistici.

L’autore


Julian Adda

Architetto, editore, Julian Adda collabora dal 2003 con il Giornale dell’Architettura e altre testate on-line. Ha svolto attività didattica presso lo Iuav di Venezia.

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