Le architetture olivettiane di Ivrea sono Patrimonio dell’Umanità Unesco | Architetto.info

Le architetture olivettiane di Ivrea sono Patrimonio dell’Umanità Unesco

L'Unesco riconosce Ivrea Città Industriale del XX Secolo come il 54° sito italiano nella World Heritage List per il valore di un progetto unitario, in grado di mettere insieme economia, politica e cultura

© Fondazione Guelpa
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“Ivrea Città Industriale del XX Secolo” è Patrimonio dell’Umanità Unesco. La proclamazione è avvenuta a Manama, in Bahrain, durante l’ultima riunione del World Heritage Committee che ha aggiunto all’elenco altri 18 siti in tutto il mondo.

L’iscrizione, che porta a 54 il numero dei siti Unesco italiani, arriva a completamento di un lungo percorso che ha visto la Città di Ivrea, la Regione Piemonte e la Città Metropolitana e le principali istituzioni presenti sul territorio (Fondazione Olivetti e Fondazione Guelpa) lavorare insieme alla scrittura di un dossier di candidatura che da più anni attendeva il suo turno, preceduto dalle Mura Venete di Bergamo divenute Patrimonio dell’Umanità lo scorso anno. Fissa finalmente il primo punto fermo nella ricerca di una risposta al difficile processo di deindustrializzazione che alla fine degli anni novanta aveva visto l’amministrazione comunale impegnata nella stesura di un piano di riconversione che puntava sulla cultura e nel 2001 aveva portato alla bella ma poco fortunata esperienza del Maam (Museo a cielo aperto dell’architettura moderna), le cui tracce sono ancora ben visibili in città.

Il nuovo sito Patrimonio dell’Umanità comprende una “core zone” che comprende il susseguirsi degli edifici realizzati lungo l’asse di via Jervis in sei decenni e le molte architetture erette sul territorio legate alla materializzazione di un pensiero illuminato e unitario che univa economia, politica e cultura e ha utilizzato l’architettura e l’urbanistica per la sua costruzione.

Il punto di partenza è l’edificio in mattoni rossi in cui l’azienda di Camillo Olivetti dal 1908 iniziò a produrre le prime macchine da scrivere, che tra 1939 e 1957 viene ingrandito quattro volte da Luigi Figini e Gino Pollini, Annibale Fiocchi e Ottavio Cascio con altrettante strutture comprendenti anche la suggestiva e trasparente copertura in ferro e vetro progettata da Eduardo Vittoria per l’Officina H. Il complesso produttivo si completa con i palazzi per gli uffici: il progetto di Gian Antonio Bernasconi, Annibale Fiocchi e Marcello Nizzoli tra 1955 e 1964, e il nuovo Palazzo Uffici di Gino Valle, edificio polifunzionale rivestito in mattoni completato nel 1988 che ospita anche la mensa aziendale.

Alle spalle dello stabilimento in ampliamento, Ignazio Gardella è invece l’autore, tra 1953 e 1961, dell’organica mensa con circolo ricreativo inserita nel paesaggio collinare alle spalle dell’infilata degli stabilimenti, mentre tra 1954 e 1959 Eduardo Vittoria è l’autore dei due edifici rivestiti da mattonelle di klinker smaltate: il Centro studi ed esperienze, organizzato su una pianta a croce con bracci di diversa dimensione, e la Centrale termica con la scansione verticale data dai moduli dei suoi serramenti in acciaio.

Attorno a stabilimenti e uffici si costruiscono interi pezzi di città. Mentre tra 1939 e 1941 Figini e Pollini progettano e realizzano l’asilo nido di Borgo Olivetti, con il suo linguaggio moderno e i materiali di provenienza locale, risale alla metà degli anni cinquanta l’edificio dei Servizi Sociali (con ambulatori e biblioteca) con la sua struttura sorretta dagli eleganti pilastri esagonali in granito bianco. Nel 1941-42 Figini e Pollini iniziano la costruzione del quartiere Castellamonte con i sette Edifici per famiglie numerose, proseguita nel dopoguerra con i progetti di Marcello Nizzoli e Gian Mario Olivieri: le sei Case unifamiliari per dirigenti (1948), la Casa a quattro alloggi (1952) e l’Edificio a 18 alloggi (1954-55). A completamento di quest’area residenziale lo studio Gabetti e Isola realizza tra 1969 e 1971 l’Unità Residenziale Ovest, forse una delle più note e controverse architetture olivettiane: soprannominata “Talponia”, si sviluppa all’interno di una pianta semicircolare incassata in una collina artificiale e rivolta verso un pendio erboso naturale.

Fuori dalla “core zone”, il quartiere Canton Vesco si costruisce invece nei decenni del secondo dopoguerra con progetti di Ludovico Quaroni (la scuola elementare e l’asilo con la sua organica struttura a padiglioni) e Marcello Nizzoli, Gian Mario Olivieri e Aldo Favini (la Chiesa del Sacro Cuore con la sua struttura corrugata in cemento armato), mentre tra 1967 e 1971 è il turno dell’Unità Residenziale Est che, progettata nel centro cittadino da Iginio Cappai e Pietro Mainardis, richiama nelle sue forme le tastiere e i carrelli delle macchine per scrivere.

Il riconoscimento è sicuramente un’ottima notizia, anche se in sé non porta altro che l’ufficializzazione di valore universale e universalmente riconosciuto, già indiscutibile per i moltissimi estimatori che, non solo architetti, ogni anno si recano a Ivrea, di un patrimonio su cui sembra estremamente difficile intervenire in modo coerente e unitario. Se da una parte gli sforzi collettivi sono stati finalmente premiati, la medaglia ha almeno un rovescio, che dovrà essere ben ponderato da tutti gli attori attivi nell’ambito locale e sovralocale. Mentre molti edifici sono ancora in funzione (gli uffici, le residenze pur con situazioni differenti e l’asilo), altri sono da tempo abbandonati e non godono di buona salute, investimento forse poco attrattivo che l’inserimento nella World Heritage List, pur non rappresentando un vincolo, potrebbe rendere ancora più difficile.

 

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