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Andy Warhol

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Al suo personaggio, artista, pittore, fotografo, regista, attore, sceneggiatore e montatore, sono toccati ben più di 15 minuti di fama, quelli che egli stesso aveva ipotizzato avrebbero avuto tutti nell’era dell’usa e getta, nell’era della TV e del consumismo. Andy Warhol è stato di certo uno dei primi teorici e addetti ai lavori di questo tipo di cultura, colui che ha creato e distrutto miti, affascinato e ammaliato. La sua personalità, così come ciò che ha lasciato della sua opera, continuano ad avere grande influenza a ben 25 anni dalla sua scomparsa, che avvenne il 22 febbraio del 1987, in seguito ad un intervento alla cistifellea.

Nome d’arte di Andrew Warhola Jr., figlio di immigrati rumeni, sin dalla sua infanzia potette coltivare il suo talento artistico, appoggiato da sua madre. Studiò arte pubblicitaria al Carnegie Institute of Technology di Pittsburgh, sua città natale, dove nel 1949 ottenne la laurea. Si trasferì a New York e lì iniziò il suo percorso professionale e di vita nel mondo della pubblicità, della musica e dell’arte nel senso più ampio del termine. Le prime collaborazioni avvennero con le riviste Vogue e Glamour. D’allora la sua ascesa non conobbe battute d’arresto: la sua mente era instancabile. Negli anni ’60 mise in piedi il progetto della Factory, un’antica fabbrica di cappelli sulla 47º strada, un laboratorio di idee, un luogo attorno al quale gravitavano artisti, musicisti, personaggi, tutte vite da cui Warhol attingeva e che ispiravano il suo pensiero, per poi diventare sue creature. Dalla Factory, ad esempio, vennero fuori Lou Reed e i Velvet Underground, di cui Warhol disegnò la celeberrima copertina della banana. Sempre la Factory produsse lungometraggi sperimentali, basati sulla peculiare idea di cinema del regista: Trovo il montaggio troppo stancante […] lascio che la camera funzioni fino a che la pellicola finisce, così posso guardare le persone per come sono veramente”.

Sacerdote della Pop art, Jean Michel Basquiat, Keith Haring e Francesco Clemente gravitarono attorno a lui. Warhol fu il primo che teorizzò l’arte seriale, tipica della cultura del consumismo. Famosissimi sono i suoi barattoli Campbell’s o le bottiglie di Coca Cola: la ripetizione di queste immagini ne svuotava il significato, trasformandole in icone e simboli.

C.C.

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