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Biennale, un commento al Padiglione Italia

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Il tema scelto da Cino Zucchi per il padiglione italiano è quello dell’innesto, ovvero della progettazione intesa non come operazione autonoma, bensì come trasformazione di strutture già esistenti. Secondo l’architetto milanese, infatti, principale caratteristica della cultura progettuale del nostro Paese è “la capacità di innovare e al contempo di interpretare gli stati precedenti”: specificità legata a un notoriamente inevitabile confronto con la storia, qui declinato nella non ovvia ottica della metamorfosi violenta, piuttosto che del timido rispetto. 

Il padiglione si organizza in quattro aree principali. La sezione “Laboratorio Milano” racconta la storia delle trasformazioni che hanno conferito al capoluogo lombardo il suo aspetto attuale, per mezzo di disegni, fotografie, stampe e modellini che restituiscono in maniera chiara ed efficace alcuni elementi fondamentali del paesaggio culturale milanese. Tale lodevole sforzo descrittivo si perde invece nella seconda sezione del padiglione, nella quale 85 progetti di recente realizzazione sono esposti – una foto ciascuno – per mezzo di monitor installati su altrettanti “black boxes”. 

Difficile non interrogarsi, ancora una volta (già il precedente padiglione curato da Luca Zevi aveva adottato un simile sistema espositivo), sull’utilità di una selezione composta da un numero così ampio di progetti, documentati in maniera così superficiale. Delimita la seconda sala una grande parete su cui è allestita una composizione di collages prodotti da alcuni degli architetti italiani che, negli ultimi anni, si sono nuovamente rivolti al disegno come strumento di indagine disciplinare. 

Al di là della parete, un ambiente più raccolto ospita una serie di filmati prodotti in crowdsourcing e poi selezionati e rimontati, che documentano in maniera avvincente la grande varietà di paesaggi (urbani e non) che contraddistingue la Penisola. Nell’ultima sala, dedicata alla prossima Expo milanese (tra gli sponsor del padiglione), sono esposte cinque proposte progettuali – più e meno convincenti – sul futuro dell’area che nel 2015 sarà occupata dal tanto discusso evento. Seppur un abisso separi il progetto curatoriale di Zucchi da quello del suo predecessore, appare sempre più evidente la difficoltà di “riempire” i generosi spazi delle Tese delle Vergini senza “perdere il filo del discorso”: abbiamo forse bisogno di un padiglione più piccolo?

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