Architettura e design delle discoteche: la mostra Night Fever al Vitra Design Museum | Architetto.info

Architettura e design delle discoteche: la mostra Night Fever al Vitra Design Museum

Dalle discoteche degli anni Sessanta ai club del Duemila, la mostra Night Fever al Vitra Design Museum di Basilea offre una panoramica sull’evoluzione architettonica e culturale dei locali notturni

© Mark Niedermann
© Mark Niedermann
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La cultura delle discoteche e dei club notturni, nata a partire dagli anni sessanta quando esordirono la disco music e un’era giovanile rivoluzionaria, ha inevitabilmente coinvolto la fetta di architetti e designer più sperimentali del tempo, attratti da stili di vita alternativi e dalla possibilità di immaginare nuovi spazi per l’architettura al confine tra interior design e arredamento, grafica e arte, luce e musica, moda e performance. Una cultura che nel tempo è cambiata ma che ancora oggi non smette di stupire con nuove generazioni di architetti, piattaforme digitali e festival di musica globali. È proprio su questo percorso evolutivo delle discoteche, dagli anni sessanta ad oggi, che si concentra la mostra “Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today” allestita (fino al 9 settembre 2018) negli spazi espositivi del Vitra Design Museum di Weil am Rhein, vicino a Basilea, uno tra i più importanti musei di architettura e disegno industriale, fondato dalla nota azienda svizzera Vitra e progettato dall’archistar canadese Frank Gehry.

Night Fever, installation view © Mark Niedermann

Una raccolta di manifesti, copertine di dischi, arredi, modelli architettonici e ritagli di giornale, ma soprattutto documenti cinematografici, foto storiche dei locali e dei grandi protagonisti del divertimento, in un allestimento fatto di accorgimenti scenografici, scritte al neon, specchi, impalcature e installazioni site specific come la “silent disco” progettata da Konstantin Grcic e Matthias Singer.

Night Fever, installation view © Mark Niedermann

Si parte dalle discoteche italiane degli anni Sessanta realizzate dagli esponenti visionari del Radical Design come il Gruppo 9999 (Space Electronic a Firenze), il gruppo Strum (Piper a Torino) o il Gruppo Ufo (Bamba Issa a Forte dei Marmi), influenzati dalla subcultura americana e a loro volta punto di riferimento per altri club europei. Si prosegue poi con il panorama newyorkese degli anni settanta-ottanta: da una parte l’emblematico Studio 54, un trionfo di musica e culto delle celebrità, dall’altra l’esasperazione della trasgressione e la fusione tra vita notturna e arte: sono gli anni del Paradise Garage, del Mudd Club e dell’Area ove artisti come Keith Haring e Jean-Michel Basquiat hanno lasciato il segno con le loro opere murali. Anche l’architetto giapponese Arata Isozaki cavalca l’onda di questo movimento per un breve periodo di tempo e progetta il Palladium, sempre a New York.

Night Fever, installation view © Mark Niedermann

Night Fever, installation view © Mark Niedermann

L’Europa, conquistata dalla musica house, ebbe il suo massimo exploit in Inghilterra con l’Hacienda (Manchester, 1982), una vera e propria cattedrale del post industriale progettata dall’architetto e designer Ben Kelly, e successivamente nella Berlino degli anni novanta in locali come il Tresor o il Berghain, nati dal recupero di spazi abbandonati e deteriorati scoperti dopo la caduta del muro. Ampio spazio della mostra è  infine riservato agli anni 2000 con grandi monitor e modelli architettonici a rappresentare la nuova generazione di architetti. Tra i progetti esposti segnaliamo il concept rivoluzionario di OMA/Rem Koolhaas per una discoteca londinese (mai realizzata), contraddistinto da facciate che cambiano la loro configurazione in base alle esigenze notturne o diurne, e il Newcastle Stage progettato dello studio britannico Assemble in occasione dell’Horst Arts & Music Festival (Belgio 2017) come una grande impalcatura avvolta da una rete di plastica blu.

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