Biennale di Venezia 2018: com'è il Freespace di Yvonne Farrell e Shelley McMamara | Architetto.info

Biennale di Venezia 2018: com’è il Freespace di Yvonne Farrell e Shelley McMamara

Ha ufficialmente aperto i battenti la 16° edizione della Biennale di Venezia, la più importate mostra di architettura del mondo. Il racconto firmato da Laura Milan di un'esposizione aperta a diverse chiavi lettura e diretta, per la prima volta, da due donne

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La cerimonia di consegna dei Leoni d’Oro, svoltasi davanti a un selezionato pubblico la mattina di sabato 26 maggio nella storica sede della Fondazione Biennale Palazzo Giustinian, ha ufficialmente aperto al pubblico la 16° edizione della più importate mostra di architettura del mondo, diretta, per la prima volta in assoluto, da due donne: le dublinesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara, titolari da quarant’anni dello studio Grafton Architects.

Il tema, Freespace, ha prodotto una mostra aperta, dalle tante possibili chiavi di lettura e dalle partecipazioni estremamente eterogenee (negli approcci, nelle scale, nelle tipologie, nei materiali e nei mezzi espressivi), caratterizzata da un approccio progettuale agli stessi spazi espositivi (Yvonne Farrell e Shelley McNamara sono “progettiste” prima ancora che “curatrici”) e da istallazioni spesso d’effetto. È tuttavia una mostra nella cui varietà si rischia, nonostante i forse troppo didascalici testi delle curatrici che accompagnano il vistatore ovunque, di perdere il filo di una narrazione che sembra risentire delle maglie larghe di un manifesto che invitava alla celebrazione dello “spazio libero” in tutte le sue forme e qualità, restituito come spazio fisico e metaforico, politico e sociale, tra passato, presente e futuro.

Dal Leone d’Oro 2018 Souto de Moura alle menzioni speciali

Anticipati da un Leone alla carriera a Kenneth Frampton che all’arrivo sul palco si è meritato una standing ovation, i risultati dei lavori della giuria internazionale presieduta da Sofía von Ellrichshausen (e comprendente anche l’italiano Pier Paolo Tamburelli, fondatore di Studio Baukuh e della rivista San Rocco) riportano, dopo l’allargamento degli orizzonti portato dal cileno Alejandro Aravena, l’Europa al centro del dibattito architettonico. Il portoghese Eduardo Souto de Moura è infatti il Leone d’Oro 2018, ma, sembrerebbe, non per la sua effettiva presenza in mostra, riassunta in due laconici pannelli contenenti altrettante fotografie del convento di Santa Maria do Bouro prima e dopo la sua trasformazione in albergo.

La migliore partecipazione nazionale è la Svizzera (con il lavoro di Caruso St John per la Gran Bretagna menzione) e il migliore giovane partecipante è lo studio belga de Vylder Vinck Tallieu.

Le menzioni speciali sono le uniche a ri-allargare confini che sembrano essersi nuovamente ristretti: il bravo indonesiano Andra Matin, che all’Arsenale celebra con una bella installazione le risorse e la contemporaneità dell’architettura vernacolare e la sua capacità di creare spazi per la vita nel quarto paese più popoloso al mondo, e l’indiano Raoul Merhotra, che ai Giardini presenta invece tre progetti esemplificativi di un’architettura dagli spazi inclusivi, empatici e attenti alle stratificazioni e al contesto.

Una rapido sguardo alla mostra Freespace

Introdotta all’ingresso dell’Arsenale da un “freespace” fisico che, lasciando completamente libera la prima sala, proietta sulle sue pareti disegni d’epoca dello stesso contenitore, la mostra espone i lavori di 71 progettisti distribuiti come di consueto tra Corderie e Padiglione Centrale ai Giardini. Molti e d’effetto sono gli allestimenti e molti sono i mezzi attraverso cui le installazioni comunicano: tra visivi, sonori, tattili e olfattivi, sono uno dei più evidenti riflessi della libertà lasciata ai progettisti e uno dei mezzi attraverso cui la mostra vuole rendere più comprensibili i suoi messaggi anche a un pubblico di non addetti ai lavori.

Tra i plastici di Peter Zumthor (molto belli, ma troppo autocelebrativi) e la versione 2018 elaborata da Robert McCarter dei progetti non realizzati per Venezia di Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Louis Kahn e Isamu Noguci che nel 1972 furono al centro della mostra curata da Carlo Scarpa “Quattro progetti per Venezia”, è molto difficile restituire in poche parole una Biennale dalla grande varietà di letture e interpretazioni, alcune efficaci e altre meno.

Molti i grandi nomi presenti, soprattutto europei. Dai bravi francesi Lacaton & Vassal, le cui architetture nascono per essere fruite con spazialità che, attraverso l’attenta progettazione, ne diventano uno dei principali valori aggiunti, a Odile Decq che, promotrice di un flash mob contro le differenze di genere, lavora sugli spazi del Padiglione Centrale senza poterli toccare né occultare la cupola che li sovrasta, realizzando una parete curva di vetro parzialmente riflettente che li deforma e li amplifica.

L’ormai onnipresente Bjarke Ingels affronta il Freespace nelle sue implicazioni civiche. Attraverso un grande plastico in legno a forma di U, partecipa con BIG U (“The Dryline”), piano impostato in collaborazione con la città di New York come iniziativa della Hurricane Sandy Rebuilding Task Force per proteggere Lower Manhattan da inondazioni e tempeste. Per i migliori giovani partecipanti, lo studio de Vylder Vinck Tallieu, Freespace è invece uno spazio di opportunità: presentano infatti il recupero, vinto in seguito a concorso, e la nuova vita di una parte della clinica psichiatrica di Melle parzialmente distrutta.

Fra gli extraeuropei, i cinesi di Amateur Architecture Studio parlano di spazi della memoria e della storia attraverso la salvaguardia dei tradizionali villaggi minacciati dalla crescita urbana, sopra tutti Hangzhou.

Rappresentato da una delle installazioni più suggestive (e riprodotte sui social e mass media), l’Icefiord Centre che la danese Dorte Mandrup ha realizzato sulla costa occidentale della Groenlandia si colloca nello spazio, fisico e metaforico, di incontro tra culture diverse (inuit ed europea) creando l’abitabilità in condizioni ambientali proibitive. Gli svedesi Skälsö Arkitekter ragionano sulla capacità dell’architettura di trovare “generosità anche nelle condizioni più private e difensive” presentando il recupero e la trasformazione di ex bunker militari sul Mar Baltico: lo fanno attraverso l’esposizione di blocchi di cemento grezzo che, ricavati dalla parziale demolizione delle strutture del bunker, diventano piani su cui sono adagiati modelli del progetto.

Fra i meno conosciuti, il britannico di origine armena Philip Gumuchdjian propone una valenza del Freespace sotto forma di un’idea progettuale da realizzare nei vasti territori del suo paese di origine. Attraverso cinque plastici (nell’immagine di copertina), suggerisce la realizzazione di diffusi micro interventi per il recupero e la valorizzazione turistica sostenibile lungo un sentiero transcaucasico di 750 km, che un gruppo di volontari sta effettivamente da tempo realizzando.

In mostra non mancano due degli illustri predecessori delle irlandesi. Alejandro Aravena, dopo avere esposto e guidato la sua visione dell’architettura due anni prima, decide saggiamente di scrivere di suo pugno un manifesto in sette punti sul “valore del non costruito”. David Chipperfield (il cui “Common Ground” sei anni fa aveva premiato proprio le Grafton con il Leone d’Argento) ragiona invece sui musei, celebrando lo spazio libero attraverso la riproduzione della grande prospettiva dell’Altes Museum di Berlino di Karl Friedrich Schinkel e la realizzazione di un video della sua James Simon Galerie, nuovo “ingresso” all’isola dei musei di Berlino.

La partecipazione italiana in Freespace

L’Italia è presente in Freespace attravero quattro progettisti diversamente famosi, che in modi diversi sono stati ispiratori del personale percorso di curatrici che li considerano rappresentativi della produzione archtettonica del nostro paese. Alle Corderie, Francesca Torzo, quasi sconosciuta anche al pubblico di settore, è una progettista conosciuta (e apprezzata) a Mendrisio che in mostra porta l’ampliamento di Z33 (House for Contemporary Art in Belgio) realizzato in fili di cotone, mentre Laura Peretti, balzata agli onori delle cronache perché vincitrice del concorso per la riqualificazione del Corviale, espone il suo difficile recupero, che si muove agendo sugli spazi pubblici e sul contesto.

Il Padiglione Centrale ai Giardini ospita invece il lavoro, non universalmente apprezzato dalla critica, di un Cino Zucchi a cui è stata “commissionata” la rivistazione delle ispiratrici opere di Luigi Caccia Dominioni, e di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo che, fra le menzioni speciali nella Biennale di Aravena, partecipa con un video che forse non è una delle sue migliori realizzazioni.

Gli spazi parte integrante della mostra Freespace

Progettiste prima ancora che curatrici, Yvonne Farrell e Shelley McNamara hanno lavorato a lungo anche su spazi che sono diventati uno dei perni su cui hanno sviluppato la loro proposta curatoriale.

Mentre sono mantenuti completamente liberi i suggestivi corridoi delle corderie dell’Arsenale, che un tempo permettevano l’intreccio delle lunghe cime delle navi, il Padiglione Centrale ai Giardini è stato oggetto di lavori edilizi che hanno aperto porte per creare nuove connessioni fra interni scuri e “labirintici”, che sono anche stati resi più luminosi. I lavori hanno anche riportato alla luce una finestra realizzata dalla mano di Carlo Scarpa affacciata sul canale retrostante l’edificio.

Due sezioni speciali di Freespace

Dal punto di vista espositivo prima ancora che concettuale, Freespace mischia in modo forse un po’ troppo disinvolto le proposte dei partecipanti e i contenuti delle due sezioni speciali. Mentre Close Encounters, meetings with remarkable projects, in cui sedici architetti irlandesi reinterpretano altrettante “conquiste architettoniche” dalla chiesa dell’autostrada di Giovanni Michelucci alla Maison du Peuple di Jean Prouvé, occupa un’intera sala al centro del Padiglione Centrale, Practice of Teaching si inframmezza alle partecipazioni dell’Arsenale mettendo insieme, con risultati molto eterogenei, professione e lavoro con gli studenti. Lo fa senza però che l’occhio, anche quello più attento, lo rilevi mettendo in mostra 13 installazioni di architetti-docenti i cui nomi comprendono Mario Botta, Francis Keré, Valerio Olgiati (le cui enormi e bianche colonne chiudono la parte di Freespace esposta all’Arsenale).

Bissare il successo planetario, e universalmente riconosciuto dal pubblico e dalla critica, dei “report dal fronte” di Alejandro Aravena non era cosa facile. La Biennale 2018 forse non raggiunge gli stessi alti livelli, ma il viaggio a Venezia è sempre d’obbligo, per essere d’accordo con la visione delle curatrici e comprendere e apprezzare le proposte presentate, ma anche per dissentire. Sicuramente per aprirsi al mondo.

 

 

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