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Il design italiano incontra il gioiello

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Dagli anni Cinquanta all’era contemporanea, passando per stili e momenti differenti, dal Razionalismo al Post Moderno fino al Minimalismo, in un percorso che racchiude grandi maestri ma anche giovani designer, produzione industriale e pezzi unici. È “Il design italiano incontra il gioiello”, la nuova mostra che inaugura il 2 luglio negli spazi della Triennale Milano, e che sarà visibile tutta l’estate, fino all’8 settembre. Un viaggio nel gioiello italiano, curato da Alba Cappellieri e Marco Romanelli, composto da una rassegna storica con numerosi progetti inediti presentati per la prima volta a Milano e da una sezione con gioielli progettati e realizzati ad hoc per la mostra.

”Fin dagli anni Trenta del secolo scorso la storia della Triennale di Milano è densa di episodi emblematici e intelligentemente precursori nel rivendicare un rapporto non convenzionale del design con l’oreficeria e, soprattutto, con la gioielleria”, spiega Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum. “Per lungo tempo il mondo del design ha fatto finta di non vedere i gioielli. Li ha relegati nel limbo dell’ornamento o nella gratuità del decoro, e li ha espunti da sé e dal proprio universo progettuale come tentazioni pericolose, come deviazioni eretiche, come indizi di quella ‘delittuosità’ che Adolf Loos denunciava in ogni deragliamento del designer verso la sfera dell’ornamentale, del superfluo, dell’orpello. In realtà, se il gioiello serve (ed è servito storicamente) a definire l’identità di chi lo indossa, risulta molto discutibile il tentativo di relegarlo nella sfera del superfluo, a meno di non ritenere tutto ciò che è funzionale alla costruzione dell’identità meno utile o meno nobile di ciò che è funzionale al soddisfacimento dei bisogni “primari” del corpo. Di quello stesso corpo, per altro, che oltre a nutrirsi, sedersi, dormire e abitare da sempre fa progetti intorno a sé e alla propria immagine, e trova spesso proprio nei gioielli alcuni dei vocaboli più preziosi per costruire un linguaggio con cui cercare di dirci cos’è, cosa vorrebbe essere, come vorrebbe apparire”.

“Questa mostra presenta la più ampia rassegna mai dedicata ai gioielli dei designer italiani,progettisti cioè abituati a confrontarsi con tipologie che vanno dall’arredo all’illuminazione ma che non hanno mai considerato il gioiello come una sfida in cui cimentarsi”, commenta Alba Cappellieri, curatrice della mostra e professore di Design del Gioiello al Politecnico di Milano. “Da Roberto Sambonet a Ettore Sottsass e Michele de Lucchi, da Gianfranco Frattini, Sergio Asti, Alessandro Mendini o Gae Aulenti fino a Mario Bellini, Antonio Citterio, Fabio Novembre questa mostra interseca generazioni e linguaggi, maestri e giovani talenti nel segno del gioiello. La mostra presenta 72 designer che definiscono l’intelligenza del design italiano in un gioiello. Al centro del progetto vi è l’uomo, il rispetto della sua anatomia, la preferenza per il comfort piuttosto che per lo choc, l’evoluzione piuttosto che la rivoluzione, la bellezza e la qualità piuttosto che l’astrazione o il concetto. I gioielli, con il loro pluralismo semantico, rappresentano in questo scenario la perfetta intersezione tra eterno ed effimero, materia e concetto, tradizione e sperimentazione, business e bellezza”.

“Tra i molti pezzi presentati che cercano di costituire un vero censimento dei rapporti intercorsi tra il mondo del gioiello e quello del design italiano tra il 1950 e il 2013, ve ne sono diciotto disegnati espressamente in occasione di questa mostra”, continua Marco Romanelli, designer e critico del design. I progettisti dovevano rispondere ad alcune precise condizioni: “essere italiani, appartenere a generazioni differenti, operare come designer a 360°. Se le prime due condizioni sono chiare per default, la terza significa ‘rinunciare agli specialisti’ ovvero a ai jewellery designer. Niente di personale naturalmente contro i “professionisti” del gioiello, ma “applicarsi a tutte le scale progettuali” è una dimensione tipicamente italiana che credo abbia storicamente avuto, e possa ancora avere, una grande rilevanza”.  

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