Professionisti, deducibilità contributi previdenziali: quando, come e perché | Architetto.info

Professionisti, deducibilità contributi previdenziali: quando, come e perché

Per la deducibilità dei contributi previdenziali occorre fare attenzione alla tipologia di contributo e alle sue eccezioni

deducibilità-spese-professionisti
image_pdf

23I professionisti iscritti alle casse di previdenza e assistenza di categoria possono dedurre dal reddito complessivo i contributi obbligatori versati durante il periodo d’imposta. La deduzione, però, non riguarda i contributi integrativi che vengono addebitati al cliente in fattura. Su questo aspetto si sono pronunciate più volte l’Amministrazione finanziaria e la giurisprudenza di legittimità. Da ultimo, con la risoluzione n. 25/E del 2011, in relazione al contributo integrativo minimo, dovuto nell’ipotesi in cui il contribuente abbia realizzato un volume d’affari limitato o addirittura pari a zero, l’Agenzia ha affermato che può essere dedotto dal reddito complessivo, sempreché sia rimasto effettivamente a carico del professionista. Si tratta, quindi, di un’interpretazione più favorevole al contribuente, anche se resta confermata l’indeducibilità in tutti gli altri casi.
I lavoratori autonomi che esercitano professioni regolamentate da Albi e versano i contributi previdenziali e assistenziali alle proprie casse di previdenza, possono dedurre, senza alcun limite di spesa, gli importi versati nel periodo d’imposta a titolo di contributi obbligatori.
A prevederlo è l’art. 10 TUIR laddove stabilisce (comma 1, lettera e) che sono deducibili dal reddito complessivo ai fini IRPEF, “i contributi previdenziali ed assistenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge, nonché quelli versati facoltativamente alla gestione della forma pensionistica obbligatoria di appartenenza, ivi compresi quelli per la ricongiunzione di periodi assicurativi”.
Per questi contribuenti, però, occorre fare attenzione alla tipologia di contributo versato.
Infatti, la deducibilità non trova applicazione per il contributo “integrativo” (in genere del 2% o 4%) addebitato in fattura, in quanto si tratta di onere a carico del cliente, ancorché versato dal professionista.
Sul punto, però, ci sono alcune eccezioni: in particolare, come chiarito dall’Agenzia delle Entrate (cfr. risoluzioni 18 maggio 2006, n. 69/E e 3 marzo 2011, n. 25/E) sono deducibili i contributi integrativi minimi, mentre nessuna deducibilità è ammessa se il professionista non esercita la rivalsa sul cliente, ancorché il contributo integrativo rimanga (in tutto o in parte) a proprio carico.
Inoltre, la Cassazione si è pronunciata più volte sulla questione confermando la posizione espressa dall’Agenzia delle Entrate.

La deducibilità dei contributi alle casse professionali

Sono integralmente deducibili dal reddito complessivo IRPEF i contributi previdenziali e assistenziali versati obbligatoriamente a Casse professionali, da parte dei professionisti iscritti alle stesse (ad esempio dottori commercialisti, ragionieri, avvocati, notai, ingegneri, architetti, consulenti del lavoro, geometri, medici, farmacisti, veterinari, ecc.).
La deducibilità:
– riguarda il contributo soggettivo e il contributo integrativo “minimo”;
– non riguarda, di regola, il contributo integrativo (pari normalmente 2% o 4%) addebitato in fattura al cliente (si tratta, infatti, di un onere che rimane a carico di quest’ultimo anche se poi viene materialmente versato dal professionista).

Il problema dei contributi integrativi

Non è possibile dedurre i contributi integrativi che vengono addebitati in fattura dal professionista.
In genere si tratta di una aliquota pari al 4% (in alcuni casi 2%) che, secondo quanto stabilito dalla legge e dagli ordinamenti delle singole casse previdenziali, tutti gli iscritti al relativo albo devono applicare su tutti i corrispettivi rientranti nel volume di affari ai fini dell’IVA.
Tale importo poi va versato alla Cassa, indipendentemente dall’effettivo pagamento che ne abbia eseguito il debitore, nei cui confronti tale maggiorazione risulta ripetibile.
Normalmente è previsto che la stessa maggiorazione non concorre a formare il reddito professionale e non costituisce base imponibile agli effetti dell’IRPEF e dell’IVA.
Sulla deducibilità o meno di tali contributi si sono pronunciate più volte la Cassazione e l’Agenzia delle entrate.
Secondo la tesi predominante della Suprema Corte (fra tutte vedi sentenza 31 marzo 2008, n. 8258 che si occupa, nello specifico, dell’Inarcassa degli ingegneri e architetti), tali professionisti non possono dedurre dal loro reddito i contributi integrativi versati in base alla legge (art. 10, comma 1, legge n. 6/1981), che, analogamente a quanto previsto per altre categorie professionali, stabilisce l’obbligo per tutti gli iscritti all’albo di applicare una maggiorazione percentuale su tutti i corrispettivi rientranti nel volume annuale d’affari ai fini dell’IVA e versarne alla Cassa l’ammontare, indipendentemente dall’effettivo pagamento che ne abbia eseguito il debitore, nei cui confronti è ripetibile la maggiorazione.
Secondo la Cassazione l’onere contributivo in oggetto rimane a carico dei clienti e, quindi, non può rappresentare un costo deducibile per architetti ed ingegneri.
Dello stesso avviso è anche l’Agenzia delle Entrate che, con la risoluzione 18 maggio 2006, n. 69/E, ha stabilito che il contributo integrativo, assistito dal meccanismo della rivalsa, non concorrendo alla formazione del reddito di lavoro autonomo e, più in generale, alla determinazione della base imponibile ai fini IRPEF, è indeducibile dal reddito dei contribuenti; tale indeducibilità ricorre anche nell’ipotesi in cui l’iscritto, pur avendo maturato il diritto alla rivalsa, per qualsiasi motivo, non lo esercita.
Successivamente, però, con la risoluzione 3 marzo 2011, n. 25/E (in questo caso ci si occupa della cassa biologi – ENPAB), pur richiamando la posizione espressa nel documento del 2006, l’Agenzia ha affermato, in relazione al contributo integrativo minimo, dovuto nell’ipotesi in cui il contribuente abbia realizzato un limitato volume d’affari, o addirittura un volume d’affari pari a zero, che, considerata la natura previdenziale del contributo integrativo minimo ed attesa la sua obbligatorietà, in questo caso esso può essere dedotto dal reddito complessivo ai sensi dell’art. 10, comma 1, lettera e), TUIR, sempreché sia rimasto effettivamente a carico del professionista.
Si tratta, quindi, di una interpretazione più favorevole al contribuente, anche se rimane confermata l’indeducibilità in tutti gli altri casi.

Indicazione nella dichiarazione dei redditi

Per poter portare in deduzione i contributi versati durante il periodo d’imposta (vale, a tale proposito, il principio di cassa), è necessario indicare gli stessi nell’apposito rigo del quadro della dichiarazione dedicato agli oneri e le spese.
In particolare, occorre inserire l’importo nel quadro RP, rigo RP21 (Contributi previdenziali ed assistenziali) di UNICO 2015 e riportarlo, insieme a tutti gli altri oneri deducibili, nel rigo RP39 (Totale oneri e spese deducibili).
Tale importo, va, poi, indicato, nel rigo RN3 del quadro RN, per essere, quindi, sottratto dal reddito complessivo (rigo RN1).

L’articolo di Saverio Cinieri – Dottore commercialista e pubblicista è tratto da QOL – Fisco, lavoro e società – Quotidiano online

Copyright © - Riproduzione riservata
Professionisti, deducibilità contributi previdenziali: quando, come e perché Architetto.info