Architettura (e) etica: l’orfanotrofio ad Haiti di Bonaventura Visconti di Modrone | Architetto.info

Architettura (e) etica: l’orfanotrofio ad Haiti di Bonaventura Visconti di Modrone

Nel Paese caraibico, che vive in uno stato di emergenza umanitaria, si colloca l’opera di Bonaventura Visconti di Modrone. Un progetto complesso, tra carenze di materie prime e la difficoltosa logistica

Ti Kay Là - opera finita - © Marco Cappelletti
Ti Kay Là - opera finita - © Marco Cappelletti
image_pdf

Haiti occupa la porzione occidentale dell’isola Hispaniola, famosa per l’approdo di Cristoforo Colombo sul suolo americano e per aver ospitato il primo insediamento europeo nel “Nuovo Mondo”. La Repubblica caraibica occupa circa 1/3 della superficie totale del territorio, mente i confini amministrativi la separano dall’omologa Dominicana, che popola la restante parte orientale. Stato acclarato come il meno sviluppato dell’emisfero settentrionale, ha conosciuto la colonizzazione, violenti regimi politici (quali quelli dei Duvalier) e cataclismi naturali, in ultimo il terribile terremoto di magnitudo 7,3 MW che nel 2010 causò oltre 220.000 vittime e a cui fece seguito l’epidemia di colera.

In questa situazione di estrema precarietà, fatta anche di tensioni altalenanti con il vicino dominicano, si colloca il progetto di Bonaventura Visconti di Modrone, Ti Ky Là, ossia “Le piccole case”. Esso è un orfanotrofio composto da 3 moduli abitativi scatolari di 400 m2 complessivi, divisi in 84 m2 di spazi privati, 36 m2 di veranda e 162 m2 di spazi coperti condivisi, a servizio dei 30 ospiti del complesso.

Molti i problemi relativi alla gestione del cantiere, come ci confida il progettista nonché unico Direttore Lavori, legate a 4 fattori essenziali: la mancanza di corrente elettrica, l’organizzazione della logistica, l’esigenza di evitare lavorazioni complesse e gli scarsi standard qualitativi delle materie prime.

Difficoltosi furono il reperimento, il trasporto e lo sdoganamento dei materiali da costruzione, non essendoci alcun fornitore edile relativo a carpenteria lignea, viti e componenti metalliche nelle vicinanze di Anse-à-Pitres né di Pedernales, i 2 centri urbani più vicini. Dunque, si rese necessario fare costante riferimento a Santo Domingo, capitale della confinante Repubblica Dominicana distante dal sito di cantiere 300 km e 6 ore di auto, in una ricerca a tentoni di tali grossisti lunga 15 giorni. Fortunatamente, sia il cemento che la sabbia, necessari all’impasto del getto della platea di fondazione e dei mattoni, vennero reperiti nella cava di Cabo Rojo a “soli” 25 Km dall’area di cantiere.

Come citato nell’esordio, i rapporti di vicinato non felici tra le 2 Repubbliche sfociarono nell’inasprimento dei problemi doganali relativi al transito dei materiali di cantiere verso Haiti, rallentando notevolmente lo stato di avanzamento dei lavori. Infatti, i camion, non avendo il permesso di traversare il confine, costrinsero a continui trasporti manuali da una parte all’altra della frontiera. “Ad esempio, scaricammo manualmente un intero camion di sacchi di cemento” ci spiega il progettista, “circa 1.000 sacchi da 45 kg l’uno, e senza l’ausilio di muletti o trespallet! Dopodiché, li trasbordammo su piccoli camion locali per poi portarli al deposito materiali in cantiere, sito a 3 Km dalla frontiera”.

Ti Kay Là - cantiere - courtesy of Marco Cappelletti (8)

Ti Kay Là – cantiere – © Marco Cappelletti

Inoltre, la frequente interruzione nella fornitura di energia elettrica e la rottura per obsolescenza di utensili e macchinari a disposizione, ormai usurati, rallentarono ulteriormente l’esecuzione dei lavori. Le impastatrici, infatti, risalenti agli anni ’70 del secolo scorso, così come il guasto dei 3 generatori di energia elettrica, costrinsero a svolgere manualmente qualsiasi lavorazione. Quale risultato, si rese indispensabile produrre su misura, in loco o nelle prossimità, tutti gli elementi necessari alla costruzione, in un continuo flusso di arrivo e scarico dei materiali. Si pensi ai mattoni a 3 fori verticali, quasi 3.000 complessivamente, prodotti e vibrati tutti a mano in stampi in metallo e lasciati essiccare al sole. Questo processo manuale richiese tempi lunghi, ma beneficiò della prerogativa di poter adattare i differenti componenti della costruzione in base alle necessità tecniche specifiche, e contingenti alle competenze della manodopera locale.

Le fasi costruttive presero il via contemplando la pulizia del terreno da alberi e piante, successiva alla perimetrazione dell’area di cantiere. Per ovviare al rischio di alluvioni, venne deciso di rialzare la platea di calcestruzzo armato, nervata all’intradosso, di almeno 50 cm rispetto al piano di campagna e di inserirvi tubi di drenaggio, aventi diametro di 15 cm ogni 200 cm. Per fare ciò, dapprima si procedette con il tracciamento della stessa e la posa dei casseri in legno, a cui seguì la costruzione dei muretti. In seguito, venne posato un ciottolato fatto di inerti di grossa granulometria per il riempimento del vespaio, da cui dipese la disposizione dell’armatura longitudinale e trasversale ∅7 mm per la realizzazione della platea nervata.

Ti Kay Là - cantiere - courtesy of Marco Cappelletti (21)

Ti Kay Là – cantiere – © Marco Cappelletti

Questa costruzione fu utile ad educare i manovali all’importanza di erigere muri a piombo sul perimetro della stessa, avvalendosi della lignola. Nei laterizi delle case vennero inserite barre di armatura ∅7 mm ogni 60 cm, tali da realizzare una muratura armata con capacità di assorbire sforzi di trazione, e i fori longitudinali degli stessi costipati da una miscela composta da cemento e inerti.

Per l’idoneità al rischio sismico, invece, si scelse il legno quale materiale per la struttura a telaio, sia per le travi, i puntoni e i listelli della copertura che per i pilastri, procedendo al rinforzo locale delle fondazioni per contrare il fenomeno della punzonatura. Questi, tra cui i pilastri di dimensione 300x20x20 cm, vennero dapprima lavorati con l’utilizzo di seghe circolari, ma anche l’arresto dell’ultimo generatore costrinse a segare a mano ogni singolo elemento. Ciò nonostante, la necessità aguzza l’ingegno e così “da una vecchia lamiera, e con l’aiuto di un’accetta, un artigiano locale dentellò la lama di una rudimentale sega da boscaiolo”. Tale intuizione permise di terminare la lavorazione dei rimanenti 68 elementi “con uno scarto di soli 5 mm”, come ci rivela Visconti di Modrone. Il manto di copertura, a doppia falda, venne ricoperto da lastre di alluminio, solidarizzate tra di loro mediante l’impiego di silicone e alla struttura lignea attraverso l’uso di viti fornite di guaina protettiva.

Ti Kay Là - cantiere - courtesy of Marco Cappelletti (30)

Ti Kay Là – cantiere – © Marco Cappelletti

Con l’obiettivo di supportare l’economia locale, si decise per l’impiego quasi esclusivo della forza lavoro del posto, malgrado l’assenza di maestranze specializzate. Tale scelta, a cui si aggiunse la preferenza nell’utilizzo di attrezzature e materiali da costruzione locali, permise di dare lavoro da 5 a 40 persone a fasi alterne, calmierando i costi di produzione pur tuttavia dilatando i tempi di completamento dell’opera.


Crediti
Luogo: Anse-à-Pitres, Haiti;
Committente: Aytimoun yo O.N.G.;
Anno: 2014 – 2015;
Tipologia: complesso abitativo multifunzionale;
Area: 400 m2;
Periodo: 05/2014 – 12/2015;
Progetto architettonico: Bonaventura Visconti di Modrone;
Collaboratori: Vittorio Capraro, Edoardo Monti.

Fabrizio Aimar è autore dei tre e-book dedicati ai Grattacieli e agli edifici Alti. Consulta un estratto qui

Copyright © - Riproduzione riservata
L'autore
Architettura (e) etica: l’orfanotrofio ad Haiti di Bonaventura Visconti di Modrone Architetto.info