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Alberi o arbusti? La definizione del trattato di botanica forestale

Un capitolo del nuovo "Trattato di botanica forestale", lo storico volume di riferimento aggiornato nell'edizione 2018 per far fronte anche alle richieste di paesaggisti e progettisti del verde

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Cedam ha pubblicato la versione aggiornata al 2018 del “Trattato di Botanica Forestale“. Nato sulla scia dello storico volume pubblicato negli anni Settanta dal prof. Romano Gellini, docente di Botanica Forestale dell’Università di Firenze, il trattato è stato pubblicato per la prima volta nel 1996 e aggiornato nelle successive edizioni per iniziativa del prof. Paolo Grossoni, che proprio a Gellini succedette nell’insegnamento della materia presso l’ateneo fiorentino.

Testo fondamentale per agronomi, botanici, ricercatori e professionisti, questa edizione del 2018 (curata da quattro docenti del Laboratorio di Botanica del Dipartimento di Scienze delle Produzioni Agroalimentari e dell’Ambiente (DISPAA) dell’Università di Firenze: Piero Bruschi, Filippo Bussotti, Federico Selvi e lo stesso Grossoni) è stata arricchita di una serie di aspetti e temi che la rendono utile e preziosa anche per gli specialisti di ambiti professionali non prettamente forestali, agronomici o naturalistici come quelli riguardanti la progettazione del verde e del paesaggio.

In questa pagina siamo in grado di proporvi un estratto del primo volume del Trattato ed. 2018, dedicato all’albero. Per acquistare il trattato, cliccate il box di seguito.

Le fanerofite. Alberi e arbusti

da “L’architettura degli alberi” di P. Grossoni

L’albero, come tutti gli organismi viventi, è un’entità dinamica e non statica; si accresce e la sua crescita avviene esclusivamente grazie alla sostanza organica che esso stesso elabora. Esso può essere interpretato come una struttura verticale più o meno colonnare (detta fusto o tronco), ancorata al suolo tramite le radici, che sostiene numerose appendici laterali (la chioma, cioè il complesso dei rami e delle foglie) che si allungano in direzione centrifuga in maniera da ottimizzare le funzioni che i vari organi devono svolgere. Il fusto serve per il sostegno delle appendici laterali ma anche per il trasporto e l’allocazione degli assimilati e dei nutrienti. Le funzioni più tipiche degli apparati radicali sono l’ancoraggio della pianta al suolo, l’assorbimento dell’acqua e dei nutrienti minerali e l’allocazione degli assimilati di origine fotosintetica; ma, oltre a questi compiti, le radici svolgono anche funzioni di relazione con l’ambiente in cui si trovano e di orientamento per accrescersi in maniera idonea nel terreno.

Le definizioni ordinariamente utilizzate per specificare o descrivere un albero fanno riferimento al fatto che esso si contraddistingue per le grandi dimensioni e per la monocormia, con un fusto legnoso che fino ad una determinata altezza è privo di rami e foglie. Un arbusto è invece sempre definito o descritto come una pianta di dimensioni ridotte o, in ogni caso, mai ragguardevoli e policormico per la presenza di più fusti.

Al di là di quanto precisano i dizionari e gli inventari forestali (questi ultimi, per necessità, discriminano le due categorie sulla base di una soglia minima di altezza del soggetto), è indispensabile sottolineare che non sempre un albero ha il tratto basale del fusto libero da rami (basti pensare ad un albero che cresce isolato) o che sia necessariamente monocormico (per es. un esemplare arboreo precedentemente ceduato). Allo stesso modo, molti arbusti possono diventare, nel tempo, monocormici e assumere un portamento arboreo. I parametri presi in considerazioni nelle definizioni ora ricordate non sono quindi determinanti perché possono manifestarsi anche su individui dell’altra categoria.

Un criterio di distinzione più oggettivo perché impostato su un parametro biologico e non puramente formale, si basa sulle seguenti definizioni:

  • albero è pianta legnosa perenne che si sviluppa in altezza, generalmente ma non necessariamente, con un singolo fusto (individuo monocormico) il quale è spesso ramificato solo a partire da qualche metro dal suolo. Esso presenta una crescita longitudinale acrotona in quanto le gemme apicali di ciascun ramo sono quelle che producono i maggiori incrementi longitudinali (rami macroblastali, Fig. 1B).
  • arbusto è pianta legnosa, perenne, policormica. La sua crescita longitudinale è basitona in quanto i rami macroblastali con sviluppo annuo più intenso sono prodotti da gemme poste alla base della pianta (gemme del colletto) oppure da polloni radicali o da fusti a stolone (Fig. 1A).

È però necessario ricordare che la diversità nell’espressione del portamento non si esprime esclusivamente attraverso queste due modalità. Se una buona parte delle specie legnose presenta un portamento che corrisponde a una delle due definizioni, è anche vero che numerose entità presentano caratteri ascrivibili sia all’una sia all’altra categoria (per esempio, le piante definite a “portamento arborescente”). Inoltre vi sono arbusti che con l’età assumono un habitus monocormico e alberi che per cause traumatiche diventano policormici.

Fig. 1. Esemplificazione dei modelli di crescita nelle piante arboree e in quelle arbustive. A: Crescita basitona: l’arbusto si accresce a partire dalla base (gemme del colletto). B: Crescita acrotona: l’albero si accresce a partire dalla periferia (gemme apicali).(disegno L. Vivona).

Fig. 1. Esemplificazione dei modelli di crescita nelle piante arboree e in quelle arbustive.
A: Crescita basitona: l’arbusto si accresce a partire dalla base (gemme del colletto).
B: Crescita acrotona: l’albero si accresce a partire dalla periferia (gemme apicali).(disegno L. Vivona).

Spesso, negli arbusti, sui rami di 2° ordine è frequente che i nuovi germogli siano inseriti in maniera epitonica (cioè lungo le superfici laterali o superiore del ramo) mentre nelle piante arboree l’inserzione dei rametti è prevalentemente sulle parti laterali del ramo portante (ipotonia del ramo). Queste modalità di inserimento sono adattamenti vantaggiosi ai fini della concorrenza con le piante circostanti perché permettono di utilizzare al meglio la luce: negli alberi la disposizione più o meno distica dei rami rispetto all’asse principale della ramificazione permette di “riempire” le ramificazioni, negli arbusti invece l’inserzione direttamente sul lato superiore facilita l’andamento ortotropo dei rami verso la luce.

Durante l’accrescimento longitudinale il rilascio delle gemme (apicali nell’albero e basali nell’arbusto) è legato ai meccanismi di uscita dalla dormienza e al controllo della dominanza apicale. Negli anni ‘70 del secolo scorso, Barnola (1970, 1972) ha messo in evidenza che piante di Rubus idaeus e Sambucus nigra (entrambe a portamento arbustivo), allevate a 25°C, al termine del periodo di dormienza si sono accresciute secondo un modello acrotono e non basitono; è stato anche osservato che in arbusti con dormienza invernale le gemme basali possono rispondere ad un ventaglio di temperature che è molto più ampio di quello delle gemme apicali e quindi possono germogliare a temperature inferiori così da non essere nuovamente inibite quando quelle apicali germogliano. Al contrario, la contemporanea esposizione delle gemme (apicali e basali) ad un trattamento identico sia per l’uscita dalla dormienza sia per il germogliamento permette alle gemme apicali di attivarsi rapidamente provocando così l’inibizione di quelle basali.

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