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Come utilizzare Tetrapak di recupero per l’edilizia

Il Tetrapak e' un materiale di recupero che puo' essere riutilizzato anche nell'ambito dell'edilizia. Caratteristiche tecniche e casi pratici

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Sotto il nome di Tetrapak vengono ricondotti tutti gli imballaggi destinati al confezionamento di liquidi alimentari (latte e succhi di frutta) in poliaccoppiato, formati cioè dall’unione di differenti materiali. Per prodotti a breve scadenza il materiale è un triplo accoppiato costituito da polietilene-cartapolietilene (carta 85%, polietilene 15%), mentre per la funzione di lunga conservazione si impiega anche un foglio di alluminio tra il polietilene interno e la carta (carta 75%, 20% polietilene, 5% alluminio). La carta lo rende rigido, il polietilene lo rende impermeabile ai liquidi e l’alluminio costituisce una barriera contro luce e ossigeno.

Un problema fondamentale che riguarda questi prodotti è la loro difficile riciclabilità a causa dell’eterogeneità dei materiali da cui sono composti. Dal 2003, fra Tetrapak e Comieco, è stato siglato un Protocollo d’Intesa per la raccolta differenziata del poliaccoppiato nei Comuni italiani. Questo è riuscito a portare il riciclo di questi imballaggi a una quota vicina al 50%, anche se, proprio a causa della sua composizione multimateriale, il processo di riciclaggio diventa complesso e più energivoro.

Il larghissimo utilizzo degli imballaggi in poliaccoppiato comporta un consumo di materiale che supera le 120.000 tonnellate all’anno, che vanno a incrementare il volume di rifiuto urbano.

Grazie alla tesi di laurea di Giovanna Camera si è potuto dimostrare come sia fattibile la realizzazione di pannelli isolanti di tamponamento mediante l’assemblaggio di moduli esausti in poliaccoppiato con dimensioni 9,5×6,5×16,5 cm che, secondo i dati forniti da Tetrapak, risulta essere la dimensione più diffusa in assoluto.

Per poter raggiungere la necessaria resistenza e stabilità di impiego, essi necessitano di un telaio su quattro lati con una cornice in legno dello spessore di 20 mm per consentirne il fissaggio a una struttura di tipo Segal, oltre che per conferire rigidità e resistenza all’elemento. Al telaio perimetrale in legno è stato fissato un foglio di polietilene come barriera antivento.

Le altezze delle cornici risultano ovviamente corrispondenti allo spessore dato dalla posa dei contenitori all’interno del pannello. Sono stati ipotizzati pannelli di diversi spessori che vanno dai 6,5 cm ai 23 cm complessivi, mentre la sperimentazione ha riguardato le dimensioni limite (appunto quelle di 6,5 cm e 23 cm). Per il fissaggio mutuo dei contenitori sono state condotte molte prove con le colle più disparate, ma quelle che si sono verificate efficaci sono state la Fb-7434 e lo Spray-90 entrambe prodotte da 3M. Nella realizzazione dei prototipi si è utilizzata la colla Fb-7434.

Pannello di tamponamento, spessore 6,5 cm, realizzato con elementi in Tetrapak

 

Dopo il recupero, il lavaggio, e la chiusura dei contenitori, gli elementi in poliaccoppiato sono posati a secco (incollati) in quadrupla fila, raggiungendo uno spessore totale complessivo di 30 cm, permettendo di ottenere un pannello leggero e isolante, con trasmittanza termica pari a U = 0, 18 W/m2K, quasi la metà di quanto richiesto dalle attuali normative di risparmio energetico.

La proposta per l’utilizzo di questo tipo di tamponamento è stata presentata dallo Studio Albori e Alessandro Rogora alla Biennale di Venezia (XXI Mostra Internazionale di Architettura, Padiglione Italiano) in un progetto di riqualificazione e riuso di uno “scheletro” edilizio abbandonato, ciò che resta di un progetto mai terminato di Aldo Rossi, vicino allo scalo F. S. di San Cristoforo a Milano.

L’allestimento realizzato alla Biennale di Venezia costruisce un frammento in scala reale del progetto: una stanza – dove su tavoli, pareti e librerie è esposto il progetto – e la porzione di facciata che vi corrisponde.

Vista della struttura perimetrale realizzata con elementi in Tetrapak e finestre di recupero

 

Nella sperimentazione realizzata dallo Studio Albori e Alessandro Rogora, e nella tesi di Giovanna Camera, per la realizzazione di una parete di tamponamento, i contenitori in poliaccoppiato esausti sono stati lavati all’interno e riportati in forma utilizzando un getto d’acqua a elevata pressione, procedendo quindi, previa asciugatura, alla chiusura della parte tagliata con nastro adesivo. In una procedura “industrializzata” è immaginabile procedere a saldatura a caldo di questi contenitori.

Tetrapak per le coperture

I contenitori in Tetrapak, una volta aperti e sovrapposti, possono essere facilmente saldati termicamente fra loro, grazie allo strato di plastica che li riveste. Questa operazione consente di poter realizzare un pannello delle dimensioni desiderate, a partire da piccoli elementi, oltre a garantire l’assenza di soluzioni di continuità. La resistenza all’acqua, aspetto per cui il Tetrapak è nato, potrebbe essere quindi sfruttata per assolvere alla funzione di strato impermeabilizzante del manto di copertura. Alla stregua di tegole canadesi, i vari contenitori saranno sovrapposti nel senso della pendenza del tetto, in modo da non permettere alle acque meteoriche di infiltrarsi fra gli strati sottostanti. Qualora non si volessero saldare termicamente, essi potranno essere semplicemente inchiodati uno sull’altro. La presenza dello strato in alluminio può garantire inoltre, un ottimo isolamento termico all’infrarosso, se posizionato verso la volta celeste e non a contatto con un materiale opaco. La durata di questo rivestimento andrà verificata nel corso tempo, in seguito all’esposizione alla radiazione incidente durante il periodo estivo, alle precipitazioni e alle basse temperature durante l’inverno.

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