La formula CasaClima contro la ridondanza: intervista a Stefano Fattor | Architetto.info

La formula CasaClima contro la ridondanza: intervista a Stefano Fattor

Intervista al presidente del CdA dell'Agenzia CasaClima, a dieci anni dalla sua fondazione. Un percorso evolutivo nel segno della promozione della qualità del costruito ribadendo che 'less is more', anche sul fronte impiantistico

Stefano Fattor (CasaClima)
Stefano Fattor (CasaClima)
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Dal 2006 a oggi la strada è stata lunga ma sempre in discesa, e dall’aspetto meramente tecnico (la certificazione energetica) si è arrivati a un vero e proprio ‘paradigma’ culturale, a cui molte realtà hanno voluto (e dovuto) adeguarsi: si può dire che la storia dell’Agenzia CasaClima, l’ente che dall’Alto Adige ha esportato il proprio modello per l’efficienza energetica del parco edile in tutta Italia, sia anche la storia di come stia mutando, a volte a fatica ma con elementi di importante successo, la coscienza del costruito nel nostro Paese.

A Klimahouse Toscana (1-3 aprile a Firenze), una delle tappe più importanti di Klimahouse fuori dai confini altoatesini, abbiamo intervistato l’architetto Stefano Fattor, presidente del CdA dell’Agenzia CasaClima, intervenuto durante la cerimonia di inaugurazione.

In merito alla vostra evoluzione, ha senso parlare di cambio di modello più che di semplice ‘crescita’?

C’è stato un cambiamento di modello senz’altro: Casaclima è nata nel 2001 come un software di calcolo che funzionava solo in territorio alpino. Adesso è un modello dinamico che funziona ovunque, grazie al quale siamo in grado di certificare la performance dell’edificio con sicurezza e precisione e soprattutto in tutta Italia isole comprese.

La versione fiorentina di Klimahouse è un efficace esempio di questa evoluzione. Qual’è la chiave di questo ‘allargamento’?

Per stimolare questa cultura è necessario stringere nuovi rapporti e generare reti. Come ad esempio abbiamo fatto con l’alleanza con l’Agenzia Fiorentina per l’Energia (Afe) su Klimahouse Toscana, o con l’Agenzia Per l’Energia del Friuli-Venezia Giulia o quella dell’Emilia Romagna o in altre regioni. Questi rapporti sono determinanti per consentirci di esportare questa nostra cultura del ‘buon costruire’. E non è più solo una questione di risparmio energetico: si tratta proprio di cambiare un paradigma, partendo dalla qualità per garantire il comfort abitativo. E, come conseguenza di queste scelte, si determina il risparmio (anche economico). Ma serve una cultura differente: da parte dell’impresa, del progettista e anche del committente. Basata non solo sul singolo impianto o su un elemento costruttivo, ma su un’idea di insieme.

E che cos’è in Italia che oggi limita questa idea?

Al di là degli aspetti tecnici, sui quali credo che ormai siamo a uno stadio avanzato, penso che sarebbe sufficiente una concreta volontà politica, in tutti i territori, per uscire da questo approccio quantitativo che ancora adesso persiste come modello edilizio in larga parte del Paese, per abbracciare un criterio qualitativo, che valorizzi quello che c’è e che non permetta di costruire solo ‘per fare cassa’. Il problema è che in Italia si continua a costruire purtroppo su base ‘quantitativa’. E spesso molto male. L’invenduto che c’è non è solo determinato dalla crisi, ma anche da questo approccio. Non è un caso che, fuori dalla Provincia di Bolzano, dove c’è l’obbligo CasaClima, chi costruisce con la certificazione lo fa perché riscontra che il mercato lo segue. Trova, in sostanza, acquirenti, perché la certificazione garantisce la qualità. Anche per il già esistente: per questo è stato pensato CasaClima R.

E per questo che uno degli slogan dell’Agenzia si rifà al classico ‘less is more’?

Facciamo un esempio pratico. Una volta che hai fatto un buon involucro correttamente coibentato, hai evitato con i vari sistemi di schermatura un eccesso di apporto solare, l’impianto che devi mettere deve essere molto sofisticato ma il più piccolo possibile. La ridondanza è superflua e addirittura dannosa. Ci sono molti proprietari che hanno deciso di ricorrere alla certificazione CasaClima ma non fidandosi dei calcoli fatti hanno voluto implementare nuovi impianti che si sono rivelati davvero inutili. Da questo punto di vista il principio ‘less is more’ vale soprattutto se tutto il resto funziona a dovere.

Per far sì che il modello CasaClima funzioni in territori climaticamente molto differenti, sono necessarie competenze differenti anche dal punto di vista del progettista?

Direi che è necessario un altro modo di ragionare. Il posto più difficile per fare un edificio non è né il Polo Nord né l’Equatore. Sono invece quei territori di mezzo, come la Pianura Padana, dove c’è un gran caldo d’estate un gran freddo d’inverno, ma soprattutto un’umidità costante. Sono peculiarità che non hanno né in Svezia né in Sicilia. È qui che è più difficile progettare. Ed è per questo che è un orgoglio per l’Agenzia aver sviluppato un approccio corretto a questo tipo di abitazione.

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