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Orti urbani: esperienze modello in Italia e nel mondo

Con la sovrapopolazione nelle metropoli l'agricoltura urbana diventerà sempre più una necessità, più che un'opzione innovativa. Ecco alcune esperienze riuscite di orti urbani, dal mondo all'Italia

Sistema di coltura aquaponica impiegato a Chicago nel progetto The Plant © The Plant - Chicago
Sistema di coltura aquaponica impiegato a Chicago nel progetto The Plant © The Plant - Chicago
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Oggi, più della metà dell’umanità vive nelle città. Entro il 2050, circa l’80% della popolazione mondiale, che a quella data si stima raggiungerà i 9 miliardi di persone, vivrà in centri urbani sempre più vasti. Come soddisfare i bisogni alimentari di tali moltitudini? La produzione di cibo è sempre stata considerata in termini rurali, in relazione a politiche non interconnesse con la pianificazione territoriale urbana, eppure già oggi in tutto il mondo circa 200 milioni di agricoltori urbani forniscono cibo a 700 milioni di cittadini (fonte: Fao). Trattare le questioni legate al cibo nell’ambito urbano implica realizzare una vera e propria governance alimentare in grado di integrare le molteplici funzioni del cibo in rapporto alle caratteristiche dei luoghi e ai processi sociali e produttivi, così come già si sta facendo in molte aree urbane nell’ambito dell’Urban Food Planning.

Orti urbani
In Europa i primi esempi di orti urbani nacquero in Gran Bretagna, nel distretto di Todmorden, dove alcuni cittadini decisero di mettere a disposizione i prodotti dei loro orti per i concittadini meno abbienti (Food to share). A Berlino, un appezzamento abbandonato di 6.000 m2 venne trasformato in orto urbano (Nomadisch Grun); a Parigi sono nati i Jardins Partagés (JPs), giardini collettivi, creati e gestiti da associazioni di quartiere in piccoli appezzamenti di terreno messi a disposizioni dal Comune.

In Italia, il fenomeno degli orti urbani ha registrato un forte sviluppo negli ultimi decenni. L’importanza di questa risorsa è dimostrata dal fatto che gli orti urbani sono entrati a far parte degli indicatori qualitativi sul verde urbano. Secondo il rapporto Istat 2014 sulla qualità dell’ambiente urbano, ben 57 amministrazioni hanno attivato orti urbani. Dal 2011 al 2013 la superficie di orti urbani è triplicata, arrivando a coprire 3,3 milioni di m2.

Bologna: bando Ortipertutti
Il bando di concorso Ortipertutti era dedicato al tema dell’agricoltura urbana e in particolare agli orti di nuova generazione a Bologna, dove sempre più persone scelgono di interessarsi e dedicarsi a questo tipo di attività: attualmente, i terreni destinati alla coltivazione di proprietà comunale riguardano 30 ettari di orti, 20 aree ortive comunali che contano un totale di oltre 2.700 orti assegnati e una superficie complessiva di 160.780 m2 (16,78 ettari) pari al 1,3% del verde pubblico cittadino.
Obiettivo del concorso era progettare un sistema di orti urbani di piccole-medie dimensioni all’interno di aree verdi pubbliche selezionate dall’Amministrazione comunale di Bologna: Giardino Giuseppe Impastato, Giardino via Fratelli Pinardi, Parco Campagna di via Larga. Il concorso auspicava l’attenzione a criteri di sostenibilità, al design dei manufatti, alle scelte agronomiche, buone pratiche del riciclo, accessibilità e biodiversità.
Il primo premio è stato vinto dall’ arch. Massimo Peota di Rovereto (TN), con un progetto che prevede un sistema orti urbani di piccole-medie dimensioni di diversa tipologia: piccoli appezzamenti tra le case, giardini, aree rurali, con l’obiettivo di affiancare agli orti tradizionali forme di agricoltura urbana di una nuova generazione più orientate al rispetto dell’ambiente, al design, e rivolte alle nuove popolazioni che ne fanno richiesta (giovani, famiglie).
I nuovo orti, coniugando i criteri agronomici con il progetto urbano, superano la logica degli orti come recinto chiuso e propongono un impianto in grado di organizzare spazi aperti, flessibili e modificabili nel tempo, che incrementano la valenza ecologica e paesaggistica delle singole aree attraverso l’uso di materiali innovativi ed attenti all’ambiente e realizzano luoghi di scambio ed apprendimento sui temi della coltivazione locale e biologica degli alimenti, sulla biodiversità delle colture e sul consumo sostenibile del cibo.

Fattorie urbane

Orto su terrazzo

La fattoria urbana integra nel concetto di filiera, varie forme di gestione rurale già presenti sul territorio, completandole e razionalizzandole, compresa la riqualificazione ambientale e il recupero e restauro di fabbricati. Nelle fattorie urbane, si realizza il modello di “agricoltura multifunzionale” attraverso la coltivazione e vendita di prodotti tipici di alta qualità, la creazione di imprese innovative che operano su terreni abbandonati o sottoutilizzati, la difesa del territorio da rischi idrogeologici e la ricostruzione del paesaggio, l’erogazione di servizi per la collettività, come le fattorie didattiche e l’agriturismo, in grado di creare aggregazione sociale e contrastare il degrado.

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Esperienze
Chicago, The Plant. Un magazzino per il confezionamento di carne di maiale, abbandonato come gli ampi spazi aperti circostanti, è stato acquistato nel 2010, recuperato e trasformato in una fattoria urbana effettivamente funzionante, e i terreni intorno coltivati in permacultura.

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Il sistema aquaponico utilizzato a The Plant © The Plant – Chicago

L’azienda produce con sistema acquaponico, all’interno dell’edificio su una superficie di circa 9.000 m2 su più livelli, cibo “a chilometri zero”: ortaggi freschi privi di pesticidi e additivi chimici, funghi e pesce. C’è anche un birrificio. Il procedimento produttivo è completamente autonomo sotto l’aspetto energetico, grazie ai rifiuti urbani organici raccolti nella parte di città in cui si trova la fattoria, che alimentano sia la produzione di energia (tramite digestore anaerobico e turbina ad esso connessa) sia la produzione di fertilizzanti naturali. Le acque utilizzate dai pesci, opportunamente filtrate, forniscono alimento alle piante e tornano pulite in circolo.
L’azienda organizza inoltre corsi e workshop tematici, e migliaia di visite guidate all’anno per scuole e cittadini interessati; infine affitta spazi a piccole aziende agroalimentari.

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A Singapore, dove il consumo di suolo ha raggiunto livelli di completa saturazione, con conseguente totale dipendenza dall’esterno per gli approvvigionamenti alimentari, opera la prima fattoria verticale del mondo, che coltiva tre varietà di ortaggi destinati alla vendita presso i supermercati locali, pari ad una tonnellata ogni due giorni. La struttura verticale, progettata da Sky Green Farms, è costituita da centinaia di torri in alluminio, all’interno delle quali sono stati disposti dei ripiani su cui vengono coltivati gli ortaggi.

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Alcune delle torri in alluminio in cui vengono coltivate le specie vegetali in Sky Green Farms a Singapore © Sky Green Farms

In Italia, il progetto più significativo di fattoria verticale è Skyland di Enea, che ha l’obiettivo di “integrare all’interno del contesto urbano un sistema agricolo indoor, utilizzando l’energia, i materiali, lo spazio e il lavoro in modo sostenibile”. Ecco le sue principali caratteristiche:
Zero Emissions: basandosi sull’integrazione di tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, Skyland può soddisfare autonomamente il proprio fabbisogno energetico, riducendo così le emissioni di una quantità almeno pari a quella prodotta per far funzionare l’edificio stesso.
Zero Waste: integra i sistemi del Carbon cycle e del ciclo delle acque utilizzando la propria biomassa per la produzione di elettricità e per il riscaldamento di acqua sanitaria. Inoltre i gas di combustione del biogas bruciato sono utilizzati come fertilizzante attraverso l’immissione diretta in serra (arricchimento tramite CO2); il sistema purifica e arricchisce le acque grigie interne, insieme a quelle esterne, con sostanze nutrienti che provengono dal digestore di biomasse usandole per l’irrigazione delle serre. Il vapore delle acque di irrigazione condensato vieneraccolto per essere riammesso nel ciclo.
Zero Distance: Skyland integra l’intera filiera agroalimentare, dalla produzione alla commercializzazione dei prodotti e alla valorizzazione della cultura e del turismo sul territorio.
Zero Power: Skyland è progettato come un manufatto architettonico dalla struttura portante estremamente leggera completamente autonomo dal punto di vista energetico. Infatti è prevista l’integrazione di tecnologie che sfruttano le fonti rinnovabili nelle componenti edilizie dell’edificio: la facciata continua, esposta a sud, sarà completamente fotovoltaica; la vela del terrazzo superiore sarà anch’essa dotata di pannelli solari. Un grosso impianto geotermico e un impianto per l’utilizzo delle biomasse potranno contribuire all’autonomia energetica del sistema.
Zero Pesticides: Skyland, per le sue caratteristiche di “sistema chiuso”, altamente controllato, non necessita di prodotti chimici per la coltivazione di piante, con risparmio su grande scala di pesticidi e diserbanti; assicura il rispetto delle condizioni ecologiche di base, della produzione agricola e della sua trasformazione; pone le basi per creare le condizioni affinché il concetto di salute sia un obiettivo perseguito come elemento di prevenzione e sicurezza alimentare.

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Bozzetto del progetto Skyland © Moebiusonline.eu

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