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La trasparenza del legno

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Nella storia degli artefatti umani, il legno è stato sempre associato all’idea della solidità e della durevolezza. Un elemento assolutamente naturale ci ha riconsegnato, a distanza di secoli, strutture e oggetti testimoni delle culture materiali e dei saperi costruttivi.
Nel design postmoderno, le sue valenze espressive hanno confermato usi e tipologie assai legati a temi tradizionali: una sedia, un tavolo rurale o una credenza. L’incredibile dilatazione che il design contemporaneo sta vivendo conduce però il legno verso nuovi temi e nuove applicazioni. Da alcuni anni quel materiale è sempre più presente nel campo della luce. Ma il suo ruolo e il suo significato sono pressoché ribaltati. Dove, un tempo, esprimeva spessore e forza, oggi esprime leggerezza e trasparenza.
Siamo decisamente nel settore della luce decorativa ma, ancora una volta, è il quid tecnologico a fare la differenza. Da un lato, la possibilità di “affettare” il legno in fogli sottili e a spessore uniforme, in modo da utilizzarlo anche in versione multistrato; dall’altro, la possibilità di ritagliarlo al laser, sulla scorta della progettazione digitale, con disegni complessi. E poi il contributo della chimica, che permette di trattare le lamine con prodotti che li preservano da sollecitazioni meccaniche e dall’invecchiamento. La disponibilità tecnologica ci fa leggere il legno come una realtà nuova e ne disvela risorse disegnative un tempo impensabili perfino per ebanisti e intagliatori.
Questo nuovo orizzonte virtuosistico è esemplificato dalle lampade di due designer: David Trubridge, neozelandese, che lavora sui “pezzi” flessibili e sulle cerniere; e Se Wa Bae, dalla Corea, che introduce geometrie ben lontane dalla ripetitività e dalla modularità.
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