Ponte sullo Stretto di Messina: l'opinione di Giulio Ballio e Giorgio Diana | Architetto.info

Ponte sullo Stretto di Messina: l’opinione di Giulio Ballio e Giorgio Diana

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“Ci hanno sorpreso i pareri di chi ha gioito per la decisione del Governo affermando che il Ponte non poteva essere costruito perché situato in zona sismica”. Con queste parola inizia la lettera che Giulio Ballio, professore emerito di Tecnica delle Costruzioni, già rettore del Politecnico di Milano, e Giorgio Diana, professore emerito e direttore della galleria del vento Cirive Politecnico di Milano, hanno inviato al direttore del Corriere della Sera per commentare la decisione del Governo di non concedere alcuna proroga al progetto di realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina e di liquidare la Società concessionaria.

Dopo la lettera, firmata da 39 personalità internazionali tra scienziati, professori, ingeneri e tecnici in difesa dell’opera  all’indomani della decisione del Consiglio dei Ministri, anche Ballio e Diana hanno deciso di dire la loro: “Tutti dovrebbero sapere che il terremoto non è un nemico dei ponti sospesi, li fa oscillare né più né meno dei grattacieli e di tutte le costruzioni snelle. Purtroppo un forte terremoto, se dovesse perseguitare nuovamente quei territori, potrà distruggere le città circostanti, non certo un ponte sospeso e le sue torri. Ci ha sorpreso che nessuno abbia parlato con orgoglio di un’invenzione italiana che inevitabilmente porterà beneficio ad altri Paesi. Purtroppo siamo abituati a lasciare ad altri Paesi lo sfruttamento delle nostre idee: dal telefono di Meucci alla radio di Marconi, dall’aliscafo di Forlanini al computer da tavolo dell’Olivetti”.

Qual è, allora, il vero nemico dei ponti sospesi secondo i due professori? “È il vento che gioca con loro come quei bambini che fanno andare su e giù una pallina attaccata a un elastico con piccoli movimenti della mano ritmati in ‘risonanza’. Nessun ingegnere era riuscito a sconfiggere il vento per costruire ponti così lunghi, fino a quando si è smesso di trattarlo come un nemico cattivo e si è pensato di cercare il suo aiuto per stabilizzare il ponte: è stato sufficiente separare l’impalcato in tre strisce, distanziandole e sagomandole a guisa di un profilo alare, per permettere al flusso di aria di abbracciarle, infilandosi ordinatamente fra l’una e l’altra”.

È un’idea che sembra semplice quando oggi si racconta – proseguono Ballio e Diana – ma è costata anni di ricerche, di sperimentazioni in gallerie a vento, di calcoli complessi, di continui confronti internazionali. Ci ha sorpreso chi ha parlato di costo improprio della soluzione. Il costo che qualifica la bontà o meno di una soluzione tecnica non è mai un valore assoluto bensì relativo: per un ponte si misura dividendo il costo dell’opera per la superficie dell’impalcato. Nel nostro caso vale circa 13.500 euro per metro quadrato – il ponte costa circa 3 miliardi, gli altri 3,5 necessari non si riferiscono al ponte, sono destinati a costruire infrastrutture nei territori interessati per migliorare la loro percorribilità e l’ambiente marino circostante -. Le passerelle pedonali, oggi di moda, con forme architettoniche e soluzioni strutturali che privilegiano l’immagine rispetto alla loro funzione, hanno costi paragonabili se non superiori”.

“Ci ha sorpreso – continua la lettera pubblicata dal Corriere della Sera – chi ha ritenuto il costo esagerato senza pensare che un’opera ‘grande’ richiede un investimento ‘grande’, ma viene costruita in molti anni. La tempistica dell’opera prevede dieci anni per la costruzione del ponte e altri dieci per l’ultimazione di tutte le costruzioni richieste dai territori: è necessario un investimento di circa 300 milioni di euro l’anno quando siamo abituati a leggere ben altre cifre, spese ogni anno, inutilmente, nel nostro Paese”.

”Ci hanno sorpreso coloro che motivano il loro dissenso affermando che gli studi, le ricerche, il progetto sono dilettanteschi, poco approfonditi, manchevoli. Essi non sanno o non vogliono sapere che, mentre il progetto preliminare del ponte è stato redatto soltanto in Italia, il progetto definitivo, costituito da più di 8.000 disegni e relazioni di calcolo, è stato prodotto da società di ingegneria europee, controllato interamente in Stati Uniti, validato in Italia; seguendo un percorso di attività parallele ed indipendenti ormai collaudato a livello internazionale per garantire la correttezza e la completezza della progettazione delle grandi opere di ingegneria civile”.

Ci dispiace che nessuno abbia spiegato perché non si vuole investire in un’opera, dichiarata necessaria nel 2001 sia da sinistra che da destra, programmata e appaltata con una gara europea, oggetto di un contratto regolarmente stipulato. Nessun ministro si è preso la responsabilità di elencare le ragioni che sconsigliano la costruzione di un ponte capace di unire due territori situati all’estremità meridionale nel nostro Paese, anche se le passate esperienze internazionali insegnano che i ponti hanno sempre portato sviluppo laddove sono stati realizzati”.

“Siamo stupiti che nessuno abbia valutato le conseguenze economiche di questa decisione: l’impresa appaltatrice richiede penali per centinaia di milioni, gli enti territoriali, da anni impossibilitati a programmare lo sviluppo delle aree interessate dal ponte, pretendono giusti indennizzi, i proprietari di terreni oggetto di esproprio vogliono il riconoscimento dei danni subiti. Sarà un contenzioso che durerà quanto la costruzione dell’opera, che potrà implicare un esborso di risorse pubbliche non inferiori alla metà del costo del ponte, che darà lavoro soltanto agli studi professionali di avvocati e periti”.

“Noi, fortunati partecipi a vario titolo a quest’avventura, non disperderemo le conoscenze che abbiamo cumulato nel progettare l’opera di ingegneria civile oggi più innovativa e complessa nel mondo, ma dovremo con amarezza testimoniare che, nel nostro Paese, i contratti possono essere disattesi senza alcuna spiegazione e che il costo del lavoro del ‘non fare’ è spesso pari a quello del ‘fare’”.

 

 

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