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Design in gabbia

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Il suggerimento arriva sicuramente dagli anni ’50, quando varie tipologie ci complementi d’arredo erano caratterizzate dall’uso di filo metallico: l’oggetto (o anche solo una sua parte) si presentava come una piccola struttura ridotta all’essenziale, però con un forte contenuto modernista e di dinamicità visiva.

Ora rileviamo che quella moda si è riaffermata. E, come tutti i fenomeni della nostra epoca, lo fa in modo amplificato e più estremo, grazie anche a nuove possibilità produttive. In realtà, questo nostro discorso fa riferimento a un fenomeno del gusto che possiede già una relativa “solidità”. Non vogliamo registralo per l’ennesima volta in chiave giornalistica, ma vogliamo capire i possibili germi per una condotta progettuale del futuro.

Lampade, tavolini, sedute, vasi e tanti altri accessori domestici prendono forma dall’assemblaggio di fili di ferro rettilinei interconnessi mediante saldatura. Come scheletri, i vasi di Stefano Gaggero, la lampada Diesel-Foscarini o il tavolino di Giopato e Coombes sono ridotti alla pura essenza strutturale. I segmenti non disegnano una massa ma si limitano a tratteggiare superfici e volumi come attraverso un’imbastitura. Le curve sono rettificate, ridotte a sfaccettature vuote.

La materia – e tutto ciò che vi è associato – è ridotta al minimo, a partire dal peso e dall’ingombro nel paesaggio domestico. Tuttavia non si tratta di un ritorno al Minimalismo. In realtà, è un trend espressivo che ci indica un nuovo indirizzo etico-estetico più profondo. Meno materia, più design. Con opportuni artifici compositivi si possono ottenere effetti d’immagine assai affascinanti. L’alleggerimento “per via di togliere” (tagli laser, fresatura, ecc.) genera un grande scarto di materia, che chiaramente è in conflitto con i limiti ambientali della nostra epoca. Invece, la composizione per somma di elementi essenziali e semplici può dar luogo a configurazioni inattese e accattivanti, originate dal semilavorato o da una logica di ready made.

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