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Non siamo certi che nel riciclaggio risiede lo strumento principale del risparmio delle risorse naturali o di quelle ottenute mediante le loro trasformazioni. Più concretamente: esaurito il ciclo di vita di un prodotto, la sua riconversione richiede, in fondo, un ulteriore dispendio di energie e di materia, con ricadute sul macro-ambiente anche in termini di inquinamento. Insomma, non siamo certi del fatto che il riciclaggio sia un processo sempre e realmente “salutare”. Per contro, possiamo ritenere che gli equilibri macro-sistemici possono essere salvaguardati con varie forme di risparmio, che implicano azioni preventive a tutto, oppure con azioni creative dirompenti, che approdano all’estetica del rifiuto e della sua rivitalizzazione.

Il nodo da sciogliere riguarda la presenza nell’ambiente dei prodotti dismessi che, oltre a occupare spazio fisico, arrecano nocumento sul versante chimico e biologico. Sospettando che occorrono più risorse per disfare che per fare, possiamo intuire che si può fare senza disfare. Non è un bisticcio di parole, ma la sfida più intrigante per il design – almeno in questa fase storica – consiste nel pensare a manufatti costruiti su altri manufatti, magari con l’aggiunta di altra materia. In questo senso, è paradigmatico il lavoro di Massimiliano Adami, che combina con il poliuretano dei prodotti dismessi per creare arredi ex-novo.

Da cosa nasce cosa. Anche nella prospettiva del limite ambientale, l’assioma di Bruno Munari trova verifica in un nuovo scenario. Ma nella tematica del riciclaggio occorre stabilire delle condizioni. Da un lato, che questo indirizzo non si trasformi in un artigianalismo da bohème, dove tutto è abilitato in nome dell’ecologia, senza rischi di fraintendimento artistico; dall’altro, che questo indirizzo contenga un’alta propositività nel senso della sperimentazione espressiva e tipologica.

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