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Origami chairs

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Innanzitutto non dobbiamo confondere l’ispirazione origami con la moda delle superfici a sfaccettature continue, specie irregolari. L’origami qualcosa di più ingegnoso: fa riferimento al gusto della piega come fattore strutturale e generatore di volumi.

L’origami nega il parallelepipedo. Crea, al contrario, delle forme poliedriche, con giochi di concavità e convessità. È la tensione tra complessità e semplificazione geometrica.

Nel mondo dell’arredo, quei giochi di segmenti sghembi si intravvedono nel design degli anni ’50 in territorio prevalentemente americano. Ne è un esempio la poltrona con seduta e schienale in tessuto arancio con risvolti triangolari in legno. Ma attenzione: questo è uno dei pochi casi in cui il legni viene trattato come foglio. Nella maggior parte dei casi dell’arredo di quel periodo, le forme sghembe sono ottenute con il segmento: gambe, sostegni, montanti, traverse, eccetera.

Per l’origami, l’approdo più naturale – almeno sul piano delle forme – è quello della sedia. È come se l’artificio della piegatura fosse “piegato” alle necessità posturali della persona, mettendo in ombra l’universalità dell’imbottitura. Ma la contraddizione sta proprio qui. Il gioco del poligono crea spigoli e superfici piane, che non si addicono perfettamente al corpo e alla sua sicurezza.

A questo punto si entra nel campo dell’oggetto-scultura, la cui funzionalità non è un fatto necessario. E qui l’eredità, dagli anni ’50, si sposta verso il Post-modern. Anche l’elemento di arredo più utile al nostro corpo – dopo il letto – torna a essere considerato un oggetto-feticcio, per il quale l’ergonomia cede il passo alla contemplazione scultorea.

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