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LE MACCHINE CHE CI SOMIGLIANO

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Supertecnologici o neo-mostruosi. La storia degli apparecchi che prendono spunto dal corpo umano ha un’origine incredibilmente remota ed è riconducibile, nella sostanza, al desiderio di riprodurre – o anche solo simulare – l’essere umano. Se facciamo un bilancio degli esperimenti e dei progetti che hanno proceduto in quella direzione, rileviamo che ogni organismo artificiale di tipo sofisticato è, in realtà, una protesi “specialistica” che colma una sola delle nostre carenze. Cioè, il robot – lo chiamiamo genericamente così – possiede una funzione parziale, ciò che lo allontana a quell’idea di nostro simulacro perfetto.

Oggi, lo scenario della robotica è assai complesso e contraddittorio. Innanzitutto occorre mettere in evidenza un fenomeno. La nostra esigenza di comunicare, che ci induce all’onnipresenza e alla nostra espansione virtuale nello spazio, fa sì che i robot della contemporaneità non sembrino tali. Le superfici interattive non hanno sembianze umane ma sono quelle che, storicamente, ci rappresentano alla perfezione.

La discussione non può essere liquidata in questo breve dattiloscritto, ma desideriamo sottolineare altri due fenomeni che attengono maggiormente al design. Il primo concerne l’allontanamento, sul piano formale, delle macchine dall’iconologia umana. Il progetto robotico si avvale, spesso e volentieri, di un immaginario affine all’estetica spaziale. E la complessità di componenti e circuiti non pretende di assomigliare necessariamente all’uomo.

Infine, l’altro fenomeno riguarda il ruolo che gli apparecchi “intelligenti” stanno assumendo nella nostra civiltà e nella nostra quotidianità. Anche se molte tipologie sono di tipo tradizionale – un esempio fra tutti: la telecamera – è la loro diffusione a portare un cambiamento di scenario. Se una volta la macchina era una nostra estensione, oggi esse ci osservano, ci schedano e ci giudicano.

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