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Marchingegni per la biancheria

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Stendino, stendi panni, stendibiancheria, eccetera. La sua invenzione nella veste di “prodotto” avviene sotto la spinta di un’esigenza precisa: privatizzare il bucato rispetto alla sua esposizione al di fuori del davanzale. Anche se a Napoli e a Venezia i panni stesi sono ancora parte del paesaggio urbano, l’acquisto dello stendino è una delle prime premure quando si mette su casa.

Dello stenditoio ricorrono nelle nostre abitazioni alcune tipologie consolidate. In fondo, l’asciugatura della biancheria avviene sempre secondo gli stessi processi fisici… Il fatto che sono le più semplici a riscuotere il maggior successo commerciale dipende sostanzialmente dalla ristrettezza degli spazi in cui si va a inserire, a partire dal bagno. Anche quelle di maggior qualità costruttiva – ad esempio i modelli della Foppa Pedretti, caratterizzati dalla solidità del legno – seguono degli schemi sostanzialmente canonici.

La scarsa evoluzione di quell’apparato deriva da un fatto preciso, che risale alla fase progettuale. Anziché studiare i comportamenti sottesi a quel rito che ha impegnato generazioni di donne (e che oggi coinvolge ampiamente anche gli uomini), il progetto si concentra sulla tecnica estrema di cerniere, giunti e snodi. Insomma, troppa ingegneria nel design non sempre porta a vere evoluzioni funzionali. Anzi, spesso ciò che viene proposto come ingegnoso diventa fonte di fragilità… specie se su uno dei temi più prosaici della vita domestica.

La vera frontiera sta a nostro avviso nell’approfondimento dei materiali. A livello per ora intuitivo, solo degli studi sulla resistenza e sull’autoportanza di nuove fibre possono determinare la riduzione dei componenti e la semplificazione delle articolazioni. 

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