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Marisa Merz, l’intimita’ dell’Arte Povera

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Torinese, classe 1931, Marisa Merz è la pittrice e scultrice italiana fra le più rappresentative dell’Arte Povera. La sua prima mostra personale avvenne nel 1967 e le sue opere installazioni di lastre di alluminio furono il suo pass-par-tout per il movimento che organizzò l’anno seguente la collettiva intitolata appunto “Arte Povera + Azione Povera” a Amalfi.

L’incontro e il sodalizio con Mario Merz, sposato nel 1959, furono estremamente significativi, ma il canale comunicativo dell’artista è unico e speciale. Pur presentando le varie caratteristiche dell’Arte Povera, come forme organiche, soggettività, l’uso di forme artistiche basilari e artigianali e la relazione tra arte e vita, il lavoro di Marisa Merz innanzitutto si distingue per aver portato a dignità d’arte il mondo, la dimensione e il lavoro femminile, come il lavoro a maglia ad esempio. Il contrasto nasce dai materiali da lei prediletti: alluminio, rame, carta oleata.

Dalle sue opere si percepisce un’idea di casa come un luogo intimo, privato e femminile, ma anche una riflessione sulla perdita di senso del lavoro manuale, non più arte, ma sterile gabbia di comodità sociale.

Fra i vari riconoscimenti alla sua arte vi è il premio speciale alla carriera della Biennale di Venezia nel 2001, l’acquisto da parte della Tate Modern di Londra della sua “Senza titolo (Scultura vivente)”, in cui è chiaro l’indissolubile legame tra l’arte e la vita dell’artista.

Alla Fondazione Merz di Torino, invece, è stata da poco inaugurata la grande mostra antologica intitolata “Disegnare disegnare ridisegnare il pensiero immagine che cammina”, in cui sono esposte opere della scultrice dagli anni ’60 fino alle ultime inedite.

C.C.

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