Mi/Arch 2014: intervista a Beatriz Colomina, da Playboy al 'secolo del letto' | Architetto.info

Mi/Arch 2014: intervista a Beatriz Colomina, da Playboy al ‘secolo del letto’

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Beatriz Colomina intervistata al Mi/Arch 2014 (foto: Liydia Moisseva)


Simpatica e dallo spirito molto ‘cool’, Beatriz Colomina è una storica dell’architettura, estremamente attenta alle relazioni fra il progetto e la società, sensibile all’osservazione dei rapporti fra il privato, l’architettura, gli interni. Non a caso insegna Media e Modernity all’università di Princeton ed ha pubblicato testi dai titoli emblematici, come ad esempio Modern Architecture and Mass Media, Sexuality and spaces. E non a caso è anche storica di Architectural Education in a time of Disiplinary Instability, Radical Education, installazioni realizzate presto la Triennale di Lisbona e la Biennale di Venezia, nel padiglione Italia.

Il suo sguardo sull’architettura e sugli interni si basa sulla loro evoluzione nel tempo e su come ci sia una reciprocità in questa evoluzione, a volte configurata come involuzione. La incontriamo a Mi/Arch 2014, l’evento del Politecnico di Milano diretto da Stefano Boeri (LEGGI LE INTERVISTE A WINY MASS E A GILLES CLEMENT), mentre si aggira sorridente fra le installazioni del Trifoglio.

Qui a Mi/Archi hai tenuto una lezione su “Architettura della seduzione: Playboy 1953-1979”. Un argomento piuttosto originale.

Originale ma molto significativo. Il mio stupore fu nel trovare nelle bibliografie di parecchi importanti testi di architettura spesso delle citazioni di articoli e interviste pubblicate sulla rivista per soli uomini Playboy. Ho fatto acquistare dal mio Dipartimento universitario tutte le raccolte di Playboy di quel periodo. Ti immagini la reazione scandalizzata quando sono arrivate in dipartimento?

Copertine storiche di Playboy nell’allestimento della mostra “Playboy Architecture, 1953-1979″ al NAiM/Bureau Europa di Maastricht

E che cosa hai scoperto?

Ho scoperto che in effetti l’attenzione per l’architettura e gli interni da parte della redazione della rivista era molto significativa ed ho anche verificato che l’influenza di Playboy sulla cultura di quel tempo è stata molto evidente. Le interviste ad architetti, artisti, registi e designer erano una costante, e il livello degli articoli era molto alto. Vi si trovavano testimonianze, foto, disegni e presentazioni di grandi architetti, come ad esempio Frank Lloyd Wright, Mies van der Rohe, Buckminster Fuller, Moshe Safdie, Paolo Soleri, Antfarm and Archizoom. Qualcuno ha parlato di “uno dei più grossi regali fatti all’America e alla cultura occidentale”. In effetti anche nei set fotografici delle donnine nude all’interno del magazine c’era un gusto proiettato al futuro, all’eleganza, all’innovazione.

Un’immagine dalla mostra “Playboy Architecture, 1953-1979” allestita al Deutsches Architekturmuseum di Francoforte (fonte: smow.com)

Un’immagine d’epoca di Playboy esemplificativa dell’approccio della mostra (fonte:Princeton.edu)

Hai studiato anche il rapporto fra sessualità e spazio. Cosa ne hai dedotto?

Che ogni epoca ha una sua visione della donna che viene spesso relegata in spazi importanti ma invisibili. Anche la dove il ruolo sociale della donna pare importante, come nel Nazismo e nel Comunismo, lo spazio riservato alla donna è uno spazio chiuso, limitato da barriere, da pareti, spesso invisibile agli estranei.

Ho visto che nella “casa di Hitler” ad esempio la tanto esaltata donna tedesca veniva relegata in uno spazio simile a quello di un harem, o anche di osservatorio segreto verso l’esterno, Luoghi dai quali si potevano osservare gli estranei senza essere viste, come negli harem, metà relegate metà sentinelle occulte.

Nel capitalismo e nella modernità il ruolo della donna si svolge prevalentemente in cucina e nella camera da letto (i segreti del bagno sono irrappresentabili comunque). Con la tecnologia la donna viene rappresentata come terminale delle macchine domestiche. Insomma lo spazio della casa è stato, fino a pochi anni fa, rappresentato sempre per un ruolo femminile passivo.

E come si sono modificati o evoluti gli spazi interni in questi ultimi anni?

Io osservo ad esempio i miei giovani laureati e che condividono sempre più spesso gli appartamenti e che quindi la crisi globale condiziona l’abitare contemporaneo. Inoltre la supremazia della tecnologia e del mondo virtuale sul lavoro contemporaneo, ovvero l’utilizzo di tablet, pc e smart phone sta modellando una generazione che lavora letteralmente dal letto o dal divano e stando a casa gira il mondo virtualmente. Non so dire se è una evoluzione o una involuzione ma sempre più e spesso è così.

Infatti recentementemente hai inaugurato a Vienna una mostra intitolata “The century of the bed”

La camera da letto non è uno spazio innocuamente situato all’interno della casa , ma essa è un luogo interiorizzato, attivamente interiore, non solo “dentro” la casa. E’ consapevolmente costruito come l’antinomia assoluta di tutto ciò che è esterno: cioè la camera da letto è il tutto.

Inoltre da quello che probabilmente pare essere ora una stima prudente, il Wall Street Journal ha riportato nel 2012 che l’80% dei giovani professionisti di New York lavora regolarmente dal letto. Milioni di posti letto stanno prendendo il posto di edifici per uffici concentrati. Il boudoir sta sconfiggendo la torre. Le Tecnologie elettroniche in rete hanno tolto ogni limite a ciò che può essere fatto a letto. E non è solo il letto/ufficio è stato reso possibile dai nuovi media. Piuttosto i nuovi media sono stati progettati per estendere un sogno di 100 anni di connettività domestica a milioni di persone. La città si è spostata nel letto.

Come siamo arrivati qui?

L’industrializzazione ha portato con sé il turno di 8 ore e la separazione radicale tra casa e ufficio / fabbrica, riposo e lavoro, notte e giorno. Con la crisi della post-industrializzazione il lavoro fatto da casa si svolge prevalentemente in camera da letto e nel letto stesso. Non si fantastica più per la stanza in carta da parati, tessuti, immagini e oggetti. Ora il desiderio si manifesta nell’acquisizione dei dispositivi elettronici. L’intero universo è concentrato su un piccolo schermo con il letto che galleggia in un mare infinito di informazioni. Ci si sdraia non per riposare, ma per muoversi. Il letto è ormai un sito d’azione. Tra il letto inserito in ufficio e l’ufficio inserito nel letto tutta una nuova architettura orizzontale ha preso il sopravvento.

L’intero studio sulla “Playboy Architecture” di Beatriz Colomina è visibile in pdf a questo link.

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