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O la borsa o il design!

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Anche se c’è ben poco da metterci dentro, andare in giro con una borsa è comunque un atto comunicativo. Cioè: la nostra società attribuisce a quell’accessorio un ruolo sempre meno funzionale.

In verità questo fenomeno non è nuovo. Rispetto al passato, esso è amplificato e articolato in una miriade di indirizzi. La borsetta è sempre stata un codice di femminilità e di appartenenza sociale. Così come, dagli anni ’80, il sacchetto emesso dalle boutique degli stilisti era diventato un surrogato chic del trasporto transitorio di “qualcosa”.

La borsa, oggi, afferisce a due mondi distinti. Da un lato, il bagaglio separato da noi, una sorta di presenza che ci segue mediante una semplice impugnatura. Dall’altro, il contenitore che si spalma in modo sempre più invasivo sul nostro corpo, sfidando le tradizionali distinzioni tra le varie tipologie: tracolla, zaino, marsupio, eccetera.

E qui avanza il gioco delle contaminazioni. Il sacchetto ecologico, riciclabile, transitorio diventa elemento stabile e recuperabile. Purché il suo ruolo sia onesto e dichiarato: niente falsificazioni pretenziose, niente ricerche stilistiche sovrastrutturali. Ma non dobbiamo dimenticare il gioco delle metamorfosi: l’oggetto si estroflette per diventare borsa di se stesso e, al contrario, la borsa va a integrare dei prodotti ben precisi.

Gli uomini che amano il classico si attengono a tipologie rigide, dalla cartella da ufficio al porta computer. Eppure, quando entra in gioco la tecnologia si arrendono. Il tecnotessuto, le performance digitali e il transfert funzionale aprono gli orizzonti specie dei più giovani. Sul versante femminile, la borsa rimane l’occasione per la sperimentazione linguistica, materica e decorativa. Nel suo essere elemento di civetteria, riafferma il gusto pop come codice prevalente.

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