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Fiducia e tutela del valore del titolo di studio: l’appello del Cnappc

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E’ ora che si torni ad investire, per non rimanere immobili nella recessione, sulle iniziative edilizie sane, riaprendo il credito agli studi di architettura di professionisti singoli o associati che sono stati esclusi da qualsiasi intervento di sostegno o di programma di finanziamenti a differenza del mondo dell’imprenditoria che ha potuto usufruirne”. 

Queste le parole di un comunicato del Cnappc, in cui si sottolinea come ci sia urgenza di una ripresa di fiducia e di lavoro. Una fiducia che ha bisogno di essere valorizzata tornando ad investire e a dare credito al mercato edilizio, ai progettisti, così come alle imprese di costruzioni medie e piccole, agli investitori immobiliari e  agli installatori di impianti.

Una questione legata indissolubilmente al problema dei giovani e al valore legale del titolo di studio. Il talento e le capacità di chi si affaccia al mondo del lavoro, all’indomani dal conseguimento della laurea, non possono essere schiacciati da un clima austero e da chi nega i loro sacrifici. A tale proposito il presidente del Cnappc, Leopoldo Freyrie, si rivolge in una lettera accorata al Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Monti, che riportiamo qui di seguito.

Roma, 3 febbraio 2012

Al Presidente del Consiglio dei Ministri prof. Mario Monti

Lettera aperta sul valore legale del titolo di studio

Caro Presidente,

il Governo e il Parlamento hanno avviato con Leggi e Decreti la riforma delle professioni con il fine di garantire un accesso basato esclusivamente sul merito, pari opportunità per tutti e un miglioramento della qualità della prestazioni professionali.

I fini sono totalmente condivisibili e sono realizzabili solo se si instaura un percorso virtuoso che dagli studi universitari, attraverso il tirocinio e poi  l’Esame di Stato, porta a maturazione un professionista preparato culturalmente e attrezzato tecnicamente.

Per questo credo che il tema del valore legale del titolo di studio sia stato mal posto, come se l’aspetto burocratico del problema – il famoso “pezzo di carta” –  fosse più importante della sostanza.

Alla domanda se è giusto che voti di laurea presi in Facoltà differenti e di diversa qualità e difficoltà debbano valere uguali nei concorsi pubblici, la risposta è lapalissiana: no.

Ma le soluzioni proposte sono errate e influenzate dalla passione per modelli anglosassoni che hanno storia e realtà diverse dalle nostre, come da quelle della maggior parte dei Paesi europei. Modelli fondati sulle public school, il mecenatismo e borse di studio che garantiscono gli studenti più poveri (seppur le dinastie familiari nelle grandi scuole sono un fatto oltre che un ottimo soggetto letterario).

Proviamo allora a procedere con raziocinio  guardando alla condizione reale del Paese e al contesto giuridico e culturale, ponendoci alcune domande di premessa che sono state evase fino ad ora.

La prima: le 21 (!) Facoltà di Architettura italiane – parlo della mia disciplina – sono tutte ugualmente capaci di laureare un architetto bravo? No, anche se ce ne sono di davvero eccellenti.

Da cosa dipende? Dalla capacità delle persone che le dirigono, insegnano e ci lavorano, in un sistema che sappiamo problematico per regole e risorse.

Data la situazione, cosa dovrebbe fare lo Stato per garantire a tutti gli studenti in tutto il territorio nazionale di formarsi in Università adeguate per qualità dell’insegnamento e capacità organizzativa?

Intervenire per raddrizzare le situazioni storte, senza abdicare al proprio ruolo, né immaginando che la concorrenza tra Atenei e l’abolizione di “pezzo di carta” possa risolvere il problema. Perché è compito dello Stato garantire che le proprie istituzioni scolastiche siano di qualità e forniscano a tutti i giovani italiani un titolo equipollente, indipendentemente dal luogo dove vivono e dalle risorse economiche che hanno.

Non so il grande Einaudi, ma io ho sempre pensato che per cambiare lo stato delle cose bisogna intervenire sul principio (la qualità degli insegnamenti) e non sulla fine (il valore della laurea).

Se poi vogliamo cambiare le regole dei concorsi pubblici per essere certi che si premi il merito più delle premesse legali possiamo essere d’accordo e i correttivi sono facili: ma buttando via bambino e acqua sporca faremmo un pessimo servizio al Paese e ai giovani, abdicando ai doveri dello Stato e cacciando, di fatto, la testa nella sabbia, nascondendoci il dramma che le nostre istituzioni culturale più alte, che l’Italia ha inventato 1000 anni fa (Bologna, 1088),  non sono più all’altezza.

Con vera stima

Leopoldo Freyrie

P.S. Le lauree in architettura italiane sono riconosciute dall’Unione con un lungo elenco di tutte le Facoltà: dobbiamo avvertirli che ci siamo sbagliati?

C.C.

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