Minimi tariffari e tariffe professionali: la petizione che sta facendo discutere | Architetto.info

Minimi tariffari e tariffe professionali: la petizione che sta facendo discutere

Un architetto ha lanciato una petizione online per chiedere la reintroduzione dei minimi tariffari e delle tariffe professionali. Hanno firmato già oltre 2mila professionisti

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Reintrodurre le tariffe professionali e i minimi tariffari: è questa, in sintesi, la richiesta avanzata a Camera e Senato da una petizione online pubblicata su Change.org e scritta dall’architetto Massimo Torre. La petizione ha superato già le 2mila firme e punta alle 5mila. È stata presentata a novembre 2016, afferma Torre, e poi una seconda volta a gennaio 2017. Torre afferma di non aver ricevuto alcuna risposta positiva dagli ordini professionali e lamenta agli stessi di non aver diffuso la petizione.

All’inizio del 2016 una sentenza del Consiglio di Stato, aveva chiuso un nuovo tentativo di aprire la questione, dando torto agli avvocati in merito alla reintroduzione della vincolatività dei minimi tariffari contenuta in una circolare del Consiglio nazionale forense. Intervenne anche il Consiglio nazionale ingegneri (clicca qui per leggere cosa affermerò il presidente, Armando Zambrano).

Non c’è dubbio che il tema dei minimi tariffari e delle tariffe professionali sia uno dei maggiormente sentiti da parte dei liberi professionisti tecnici. Nel Congresso nazionale degli ingegneri del 2016 un intervento del Presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Giovanni Pitruzzella, ha scatenato reazioni molto forti, con numerose domande dagli ingegneri presenti. Pitruzzella aveva suggerito il confronto ribadendo però che sulle tariffe non si sarebbe tornati indietro. Zambrano aveva nuovamente precisato: “Non chiediamo il ripristino delle tariffe obbligatorie. Tuttavia, occorre fare una riflessione seria sulla qualità delle prestazioni professionali e il corretto valore che ad esse va dato”. Tutto ciò che è successo è raccontato qui.

A dicembre il rapporto annuale delle casse previdenziali private aveva riportato che la categoria dei professionisti tecnici è, tra tutte quelle della libera professione, quella che guadagna meno.
Riportiamo, a fini di completezza di cronaca, alcuni degli stralci della petizione, il cui testo integrale e il form per la firma è qui.

“È stata richiesta al Governo Italiano una discontinuità rispetto a quelle che paiono essere state politiche intergovernative pluriennali di livellamento al ribasso dei salari di un intero gruppo sociale, costituito da professionisti, intellettuali, tecnici, gruppo sociale che include buona parte della classe media, progressista o moderata.
È stato dunque chiesto al Governo “di intervenire […] in brevissimo tempo per fermare ogni politica connessa ai ribassi salariali”.
È stato inoltre suggerito “di abolire la quota di iscrizione agli ordini professionali, ovvero che lo stato si assuma” in tutto o in parte “l’onere del costo di gestione degli ordini professionali, a fronte del calo dei livelli di reddito anche indotto dalla crisi, e dai subentrati costi relativi alla assicurazione professionale. O in alternativa che vengano decretati a livello nazionale a) l’ammontare della quota di iscrizione agli ordini professionali, b) i casi di esenzione del pagamento della quota di iscrizione all’albo, includendo i neo padri e le neomadri, ovvero chiunque abbia figli a carico, o non generi una determinata soglia di reddito, o versi in disoccupazione”.
Si è inoltre menzionato il tema dell’emigrazione degli italiani, ricordando che dal 2000 ad oggi, oltre 2.000.000 di Italiani hanno lasciato l’Italia (dati AIRE – Anagrafe Italiani Residenti all’Estero).
È stato espressamente comunicato che: “In luce delle gravi condizioni economiche segnalate [dai firmatari della petizione], si auspica che il Parlamento possa approvare a breve la reintroduzione delle tariffe professionali e dei minimi tariffari, e le misure richieste dai firmatari, volte ad impedire lo svilimento della dignità personale e professionale dei professionisti che esercitano le professioni intellettuali regolamentate, nonché quelle misure auspicabili e ritenute indispensabili, indirizzate al sostegno dei redditi della classe media, e di una più vasta parte della popolazione italiana e residente.”

[…]

Abolendo i minimi tariffari, e non introducendo sufficientemente efficaci misure di tutela dei livelli salariali e reddituali dei professionisti, l’Onorevole Bersani ed il Presidente Prodi sembra che abbiano rinunciato, in questo ambito, alla difesa di un sacrosanto principio della costituzione, ovvero del principio di uguaglianza, declinato come “uguaglianza dei punti di partenza”, così come lo concepiva il liberale Einaudi, nel suo libro “Prediche Inutili”. Un minimo tariffario è, in effetti, una garanzia del principio di uguaglianza espresso dalla costituzione.
E’ interessante ricordare inoltre che nell’art. 35 della Costituzione Italiana viene affermato che “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori”.
Il livellamento verso il basso dei salari di un intero gruppo sociale, ovvero di una categoria di lavoratori altamente specializzati, è una scelta politica che ha dei precedenti storici, ma che nessuno cittadino in Italia ha votato, che non è stata esplicitamente dichiarata nei programmi politici o discussa, ma che è stata sdoganata dal dibattito sulla “competitività”, ed a cui nessuno ha proposto o votato un rimedio, diversamente da quanto avvenuto, come già accennato, in Olanda ed in Svezia.
L’assenza della messa in atto di concrete politiche per limitare l’immigrazione di massa dall’estero di cittadini stranieri, pare suggerire che ciò possa essere parte integrante di politiche intergovernative italiane volte ad abbassare il costo del lavoro. In sostanza, sembra che non potendo più svalutare la lira, dal 2001 ad oggi i Governi Italiani abbiano costantemente svalutato, in nome dell’accoglienza o della competitività, il costo del lavoro, mutando considerevolmente la composizione della popolazione residente, anche attraverso altri meccanismi indiretti di contenimento della natalità e di induzione all’emigrazione, nell’insieme descritti come fenomeno del “precariato”.
La gravità della situazione, ovvero la richiesta di valutare se sia in atto in Italia ai danni di uno specifico gruppo sociale una violazione sistemica dei diritti umani è stata inoltre comunicata al Governo Svizzero, alla Croce Rossa Svizzera, al Consiglio d’Europa, al Commissario Europeo per i diritti umani, ad Amnesty International, alla Commissione per l’occupazione e gli affari sociali (EMPL) del Parlamento Europeo ed al Sottocomitato per i diritti Umani del Parlamento Europeo.

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