Obbligo del Bim nel nuovo Codice Appalti: facciamo il punto | Architetto.info

Obbligo del Bim nel nuovo Codice Appalti: facciamo il punto

La bozza del decreto sul nuovo Codice Appalti prevede il Building Information Modeling per i progetti e i lavori sopra le soglie comunitarie

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La bozza del decreto di attuazione della delega sugli appalti approvata dal Senato, rende il Bim (Building Information Modeling) obbligatorio entro 180 giorni dall’entrata in vigore del nuovo Codice Appalti, per le opere pubbliche di importo superiore alle soglie comunitarie (209.000 euro per la progettazione e 5.200.000 euro per i lavori).

Tale previsione recepisce quanto stabilito dalla Direttiva Europea 2014/24/EU all’art. 22, comma 4: “Per gli appalti pubblici di lavori e i concorsi di progettazione, gli Stati membri possono richiedere l’uso di strumenti elettronici specifici, quali gli strumenti di simulazione elettronica per le informazioni edilizie [building information electronic modelling tools nel testo inglese] o strumenti analoghi.”

L’obbligo del Bim ha suscitato perplessità in alcuni operatori che hanno contestato la legittimità della disciplina di gara nella parte in cui, nel prevedere le specifiche tecniche necessarie ai fini dell’esecuzione contrattuale, faceva espresso riferimento a caratteristiche tecniche di software e hardware, riconducibili a particolari marchi, senza prevedere, per ciascuna di esse, la clausola “o equivalente”.

La clausola di equivalenza per le specifiche tecniche
Su uno di questi casi – l’istanza presentata dalla società Bausoft in merito alla procedura aperta per l’appalto di lavori di restauro e riqualificazione del Teatro Lirico di Milano – l’Autorità Anticorruzione (Anac) ha emesso il parere n. 199 del 25 novembre 2015, chiarendo che “qualora gli atti di gara non riportino, nell’indicazione delle specifiche tecniche che richiamano determinati prodotti o servizi, la clausola di equivalenza, tale lacuna è colmata automaticamente dal Codice, grazie al principio di eterointegrazione delle clausole del bando, in particolare con le disposizioni normative dell’articolo 68 del codice dei contratti pubblici”.

Il citato art. 68 tratta delle specifiche tecniche che figurano nei documenti del contratto e sono formulate mediante riferimento “alle norme nazionali che recepiscono norme europee, alle omologazioni tecniche europee, alle specifiche tecniche comuni, alle norme internazionali, ad altri sistemi tecnici di riferimento adottati dagli organismi europei di normalizzazione o, se questi mancano, alle norme nazionali, alle omologazioni tecniche nazionali o alle specifiche tecniche nazionali in materia di progettazione, di calcolo e di realizzazione delle opere e di messa in opera dei prodotti. Ciascun riferimento contiene la menzione “o equivalente”.

Inoltre, il comma 13 dell’art. 68 sottolinea che “a meno di non essere giustificate dall’oggetto dell’appalto, le specifiche tecniche non possono menzionare una fabbricazione o provenienza determinata o un procedimento particolare né far riferimento a un marchio, a un brevetto o a un tipo, a un’origine o a una produzione specifica che avrebbero come effetto di favorire o eliminare talune imprese o taluni prodotti. Tale menzione o riferimento sono autorizzati, in via eccezionale, nel caso in cui una descrizione sufficientemente precisa e intelligibile dell’oggetto dell’appalto non sia possibile, a condizione che siano accompagnati dall’espressione “o equivalente”.

Il principio dell’equivalenza dei riferimenti tecnici è ribadito in alcune sentenze del Consiglio di Stato (Sezione V – Sentenza 4 marzo 2011 n. 1320; Sezione III – Sentenza 13 maggio 2011 n. 2919): le specifiche tecniche devono consentire pari accesso agli offerenti e non devono comportare la creazioni di ostacoli ingiustificati alla libera concorrenza. Nei casi in cui le specifiche tecniche risultino tutte incentrate su un prodotto già confezionato dalle imprese produttrici, il riferimento tecnico deve essere necessariamente temperato attraverso il riferimento al concetto di equivalenza. Infatti non possono essere introdotte specifiche tecniche che menzionino prodotti di una fabbricazione o di una provenienza determinata e procedimenti particolari aventi l’effetto di favorire o eliminare talune imprese in assenza del temperamento con criterio di equivalenza.

Una deroga è ammissibile solo quando il riferimento sia indispensabile ad individuare l’oggetto dell’appalto, ma in tale caso la descrizione deve essere accompagnata dall’espressione “o equivalente”.

Che cosa è il Building Information Modeling (Bim)
Probabilmente, la discussione intorno all’obbligo del Bim è esagerata, dal momento che non si tratta di un prodotto né di un software ma di un modello tridimensionale che contiene informazioni sull’edificio sotto forma di dati grafici (disegni) e indicatori tecnici (schede e specifiche) riguardanti volume, dimensioni, materiali, aspetto e ciclo di vita dell’opera. Il Building Information Modeling (Modello di Informazioni di un Edificio) è infatti definito dal National Institute of Building Science come la “rappresentazione digitale in 3D di caratteristiche fisiche e funzionali di un oggetto”.

La particolarità innovativa del Bim è il metodo di progettazione collaborativo che consente di integrare in un unico strumento le informazioni relative ai vari aspetti della progettazione: architettura, struttura, impiantistica, risorse energetiche, gestione. La tecnologia Bim permette maggiore efficienza e produttività, meno errori, meno tempi morti, meno costi, maggiore interoperabilità, ma richiede un maggiore investimento e lavoro nella fase iniziale del progetto (in cui si inseriscono i dati) e implica l’utilizzo di strumenti che mettono in relazione tutte le parti del processo e del progetto, obbligando alla collaborazione e al coordinamento committenti, progettisti e imprese, e alla standardizzazione i diversi software in commercio.

L’Italia è in ritardo rispetto a paesi come Danimarca e Norvegia, dove il Bim è obbligatorio negli appalti pubblici già da alcuni anni, mentre nel Regno Unito lo è dal 1° gennaio 2016 e Francia e Germania si stanno preparando con gruppi di lavoro governativi. Tra i primi casi di applicazione nel nostro paese vi sono l’appalto per il terzo tronco della strada statale 268 del Vesuvio, una parte del grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino e il nuovo carcere di Milano Bollate. Pur in assenza di una regia pubblica nazionale, alcuni studi di progettazione italiani, come Politecnica Engineering di Milano e Starching di Milano, grandi imprese di costruzione come Salini Impregilo e Condotte, e società di ingegneria pubbliche come Italferr (Rfi) già utilizzano il Bim con successo.

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L'autore
  • Claudio Pietrini

    Sono anni che le multinazionali produttrici di software premono per l’introduzione dei sistemi BIM, anche a fronte dei cospicui investimenti. C’è da dire che questi strumenti, utili per la programmazione tecnico-commerciale di grandi progetti, sono assolutamente poco adatti per la progettazione esecutiva. Ne è la prova che la maggior parte degli studi di architettura, anche affermati, continuano ad usare i sistemi CAD, più teorici ma più versatili. Trovo inconcepibile che un “problema commerciale”, sia stato “risolto” mediante l’imposizione di una norma di legge.

  • Felix Samson

    E’ una cosa assurda.
    A me pare un modo come un’altro per spingere all’acquisto di software costosissimi che raramente svolgono in modo adeguato il loro compito.

  • RICCARDO

    E’ un altro dei sistemi usati per tagliare fuori i professionisti più piccoli dal mercato degli affidamenti di incarichi e favorire i grossi studi e le società d’ingegneria. Grazie Renzi! Ma anche Renzi sa che un software funziona bene se chi lo usa fa i click giusti, e dunque …

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