Rapporto Almalaurea 2015, i laureati in architettura tra quelli che guadagnano meno | Architetto.info

Rapporto Almalaurea 2015, i laureati in architettura tra quelli che guadagnano meno

A 5 anni dalla laurea la retribuzione dei neo architetti e' di 1.200 euro, sotto la media generale dei neolaureati. E i tassi di disoccupazione restano consistenti

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Arriva come di consueto il Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati (il 17esimo), e traccia un quadro non roseo per la ripresa del mercato del lavoro per i giovani neolaureati. 
Pur essendoci tracce minime di segnali di ripartenza, le fasce giovanili pagano lo scotto di una recessione duratura, mantenendo alte le percentuali di disoccupazione e quasi insormontabili le difficoltà di accesso al lavoro. Questa crisi rappresenta “una gravosa eredità, che condizionerà le opportunità occupazionali, retributive, di carriera, di questi laureati anche nella fase di ripresa dell’economia e in un orizzonte di medio-lungo termine”, come spiega il professore Francesco Ferrante, componente del Comitato scientifico di AlmaLaurea. 
In ambito di professioni tecniche, restano serie le difficoltà dei laureati in architettura, con tassi di disoccupazione a qualche anno di distanza dalla laurea piuttosto consistenti e retribuzioni mensili sotto la media (meno di 1.200 euro contro i circa 1.350 generali). Va meglio, almeno leggendo i dati, a quelli del settore ingegneristico e chimico-farmaceutico, mentre si collocano a metà di questa scala i laureati nel settore geo-biologico e del settore agrario.
Il contesto generale del Rapporto Almalaurea 2015
L’indagine nel 2015 ha coinvolto quasi 490mila laureati di 65 università italiane, delle 72 ad oggi aderenti al Consorzio. Si tratta di oltre 240mila laureati di primo livello, oltre 180 mila laureati magistrali e oltre 57 mila magistrali a ciclo unico degli anni 2013, 2011 e 2009, intervistati rispettivamente a uno, tre e cinque anni. I tassi di risposta sono elevati: hanno raggiunto l’84% per l’indagine ad un anno, il 77% per quella a tre e il 71% a cinque anni.
In primo luogo, nel contesto internazionale l’Italia esce sconfitta. Mentre nei Paesi Ue la disoccupazione è scesa nel 2014 all’11,5%, l’Italia raggiunge  il 12,7%, con i giovani continuano a pagare il prezzo più alto. Inoltre il ritardo nei livelli di scolarizzazione (il 64% della popolazione tra i 55 e i 74 anni ha al massimo la scuola dell’obbligo, secondi solo alla Spagna), si riflette significativamente sui livelli di istruzione della classe manageriale e dirigente italiana. Nel 2013 ben il 28% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 10% della media europea a 27 Paesi, il 19% della Spagna e il 5% della Germania. Di contro, sempre nel 2013, la quota di manager italiani laureati era meno della metà della media europea: i manager laureati in Europa (a 27 Paesi) erano il 54%, mentre in Italia la percentuale risulta pari al 25%
La fragilità della struttura imprenditoriale italiana, caratterizzata in particolare da piccole imprese a gestione familiare, è associabile a una capacità inferiore di valorizzare il capitale umano e l’innovazione; parallelamente i meccanismi di gestione delle risorse umane, in particolare la scarsa meritocrazia e trasparenza di quelli di reclutamento, hanno giocato – per Almalaurea – un ruolo centrale nel determinare l’insoddisfacente performance del sistema produttivo italiano negli ultimi 20 anni.
Eppure, secondo il Consorzio, la laurea continua a rappresentare un forte investimento contro la disoccupazione. I laureati godono di vantaggi occupazionali rispetto ai diplomati sia nell’arco della vita lavorativa sia, e ancor più, nelle fasi congiunturali negative come quella che stiamo vivendo. 
Se prescindiamo dai lavoratori con la scuola dell’obbligo, i più colpiti dalla crisi, il tasso di disoccupazione a cavallo della recessione, ovvero tra il 2007 e il 2014, è cresciuto di 8,2 punti per i neolaureati (ovvero di età compresa tra i 25-34 anni), passando dal 9,5 al 17,7%, e di ben 16,9 punti per i neodiplomati (di età compresa tra 18 e i 29 anni), aumentando dal 13,1 al 30%. In sostanza, le difficoltà sono state minori per chi aveva una laurea rispetto a chi aveva solo un diploma. 
I laureati e il lavoro
Come detto, il rapporto 2015 rileva timidi segnali di ripresa del mercato del lavoro, accompagnati da una lieve contrazione del tasso di disoccupazione, soprattutto per i laureati triennali e per i magistrali biennali. Segnali che, come confermato dai dati Eurostat, interessano anche la quota di occupati nelle professioni ad elevata specializzazione, passata dal 16,9% del 2012 al 17,4% del 2013, con un distacco che, tuttavia, resta di circa sette punti percentuali rispetto alla media europea (pari al 24,2%).
Per i laureati triennali il tasso di disoccupazione risulta pari al 66%, al netto di chi prosegue gli studi e non risulta iscritto a un altro corso di laurea. Per i laureati magistrali biennali il tasso di occupazione è pari al 70%, mentre per i laureati magistrali a ciclo unico – di cui fanno parte i laureati in architettura e in farmacia – il tasso di occupazione è pari al 49%. Si tratta di una realtà molto particolare, caratterizzata da un’elevata prosecuzione degli studi con formazione non retribuita propedeutica all’avvio delle carriere libero professionali (ad esempio, praticantati, specializzazioni, tirocini).
Rispetto alla precedente rilevazione si registra una lieve contrazione del tasso di disoccupazione: circa mezzo punto in meno sia per i laureati triennali che per i laureati magistrali. I laureati di primo livello presentano una quota di disoccupati pari al 26%, i colleghi magistrali pari al 22%. Discorso a parte per i laureati magistrali a ciclo unico, dove il tasso di disoccupazione raggiunge il 30% (+6 punti nell’ultimo anno). 
Va considerato, per leggere questi dati in termini relativi, che da un lato è aumentato il peso dei laureati in architettura – categoria che insieme ai laureati in giurisprudenza mostra la più elevata quota di laureati in cerca di lavoro. Dall’altro, la particolare situazione, riscontrata nel 2014, tra i laureati in medicina e chirurgia, i quali hanno “subìto” un posticipo dei termini concorsuali (da luglio, nel 2013, a dicembre) per l’accesso alle scuole di specializzazione, nonché una riduzione dei posti a bando. Ciò ha costretto numerosi laureati a rimandarne l’inizio e, nell’attesa, a rivolgersi al mercato del lavoro.
E’ da segnalare che la stabilità lavorativa ha subito una significativa contrazione, pari a 12 punti tra i triennali, 6 punti tra i magistrali, stabile invece tra i colleghi a ciclo unico. Questo calo è dovuto soprattutto al crollo dei contratti a tempo indeterminato (-17 punti percentuali tra i laureati triennali, -9 punti tra i magistrali e -6 tra quelli a ciclo unico). Allo stesso tempo nel 2014 si è registrata una diminuzione dei lavori non regolamentati da alcun contratto, che riguardano purtuttavia il 10% dei laureati a ciclo unico (-3 punti rispetto alla precedente rilevazione); il 7% tra i magistrali biennali (-1,5) e il 7,5% tra i triennali (quasi un punto percentuale in meno).
Le retribuzioni ad un anno risultano in lieve aumento e superano, seppure di poco, i 1.000 euro netti mensili: 1.013 per il primo livello, 1.065 per i magistrali, 1.024 per i magistrali a ciclo unico. Rispetto alla precedente rilevazione, le retribuzioni reali risultano in aumento: l’incremento è del 5% tra i colleghi a ciclo unico, del 2% tra i magistrali e non raggiunge l’1% tra i triennali. E’ però vero che, tra il 2008 e il 2014, le retribuzioni reali sono diminuite del 22% per i laureati triennali, del 18 e 17%, rispettivamente, per i laureati magistrali biennali e a ciclo unico.
Le discipline 

Considerando soltanto i dati Almalaurea, risulta evidente che la laurea in ingegneria, tra tutte le lauree italiane, è una di quelle che ancora garantisce un alto livello occupazionale e retribuzioni sopra la media. Nonostante l’evidente situazione di crisi occupazionale per i giovani, i laureati in ingegneria sono i secondi (dopo i laureati in medicina) per occupazione a 5 anni di conseguimento del titolo (tasso del 95%) e i penultimi per tasso di disoccupazione (2,9%, mentre in architettura è del 9,6%). A livello di retribuzione media, quella dei laureati in ingegneria dopo 5 anni è la più alta in assoluto (quasi 1.700 euro), più di quella dei medici. 
A 5 anni dalla laurea i tassi di occupazione risultano migliorati per tutti i gruppi disciplinari indagati. Focalizzando l’attenzione sui soli laureati magistrali biennali emerge che l’occupazione è significativamente superiore alla media anche per i gruppi medico (97%), ingegneria (95%), chimico-farmaceutico e economico-statistico (90%). Al di sotto della media si posizionano i laureati dei gruppi insegnamento (80%), geobiologico (79%), giuridico (77%) e letterario (75%). Per i laureati in architettura il tasso di occupazione è dell’87%.

Allo stesso tempo, a un lustro dalla laurea, in tutti i percorsi di studio si conferma la contrazione della disoccupazione, che rimane su valori più elevati della media nei gruppi letterario (17%), giuridico (15%), geo-biologico (14%). A fondo scala si trovano invece i laureati delle professioni sanitarie, il cui tasso di disoccupazione è pari all’1,5%, e dei gruppi ingegneria (3%), chimico-farmaceutico e scientifico (6% per entrambi). Per i laureati in architettura il tasso di disoccupazione è del 9,6%.
Il miglioramento generale registra anche a livello retributivo, e per tutti i gruppi disciplinari indagati. Va Ancora sopra la media sono le retribuzioni degli ingegneri e delle professioni mediche, poi quelle dei gruppi economico-statistico, chimico-farmaceutico e scientifico (oltre 1.450 euro in tutti i casi). Mentre per i laureati dei gruppi psicologico, educazione fisica, letterario e insegnamento, i guadagni non raggiungono i 1.100 euro mensili. Inferiori alla media anche le retribuzioni dei laureati dei percorsi linguistico, giuridico e architettura, i cui valori medi non raggiungono i 1.200 euro.

Tra i dati ulteriori forniti dal rapporto, va segnalata la permanenza dello storico divario territoriale. Tra Nord e Sud il differenziale occupazionale è di 11,5 punti percentuali: lavora l’86% dei laureati residenti al Nord, mentre al Sud l’occupazione coinvolge il 75% dei laureati. Anche per quanto riguarda le retribuzioni a cinque anni dalla laurea le evidenze fin qui delineate sono sostanzialmente
confermate: il differenziale Nord-Sud è nell’ordine del 22,5% (1.373 euro mensili netti contro 1.121). Esulano dalle considerazioni gli occupati all’estero (che costituiscono l’8% degli occupati a cinque anni), notoriamente premiati dal punto di vista retributivo (2.043 euro).



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