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Progettare in alta quota: la tecnologia

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Architetto torinese appassionato di montagna, Stefano Girodo sarà presente venerdì 4 ottobre alle ore 12.00 al Made expo di Milano con il convengo “Cantieri di alta quota. Soluzioni efficienti per la riqualificazione dei rifugi alpini” (clicca qui per iscriverti), un incontro per offrire una panoramica su approcci progettuali e soluzioni tecniche, con particolare attenzione al contesto e alla sostenibilità delle strutture d’alta quota. Il convegno fa parte dei 35 incontri ed esercitazioni organizzati nello spazio “Progettazione e Soluzioni” da Wolters Kluwer Italia in collaborazione con Logical Soft e nello spazio Growing City con Nemeton Network (clicca qui per informazioni e iscrizioni). Stefano Girodo, che lavora presso lo studio LEAPfactory e con l’associazione onlus Cantieri d’Alta Quota (www.cantieridaltaquota.eu), ha redatto per noi l’intervento che segue.

Progettare in alta quota: la tecnologia

Problematiche e potenzialità ambientali e tecnologiche delle architetture dei contesti alpini ad altitudini elevate

Di Stefano Girodo

La necessità primaria di un rifugio alpino è quella di ospitare persone in uno spazio addomesticato all’interno dei territori meno abitabili d’Europa, e proprio nel rispondere al meglio all’essenzialità delle sue esigenze abitative risiede lo straordinario interesse progettuale, la sfida più stimolante.

L’elaborazione architettonica e tecnologica di una struttura d’alta quota efficiente e intelligente impone però al progettista di misurarsi con un complesso e vario ventaglio di problematiche e possibilità offerte dal contesto ospitante, per la cui gestione è necessaria una regìa integrata e multidisciplinare.

L’ambiente esterno climaticamente e morfologicamente estremo è il fattore primario vincolante nel forgiare l’oggetto nel suo sviluppo e nelle soluzioni adottate. L’arbitrarietà progettuale rispetto ai contesti urbanizzati risulta infatti molto ridotta: la replica alle severe sollecitazioni e carichi incidenti sull’edificio e all’esposizione continuativa ad esse (come escursioni termiche elevatissime, vento forte, precipitazioni nevose massicce, orografia impegnativa, alto rischio idrogeologico o valanghivo) esige soluzioni costruttive, tecnologiche e strutturali ottimizzate e razionali, esenti da orpelli o vezzi superflui.

Nella predisposizione di strategie progettuali in tal senso è fondamentale un’approfondita analisi di sito, effettuabile sfruttando le grandi possibilità offerte da strumenti innovativi per la gestione ambientale come banche dati, software e portali per la geomatica, oltre ai dovuti sopralluoghi.

Un campo d’indagine indispensabile e trasversale a tutto il processo progettuale è quello che riguarda la logistica e la cantierizzazione; ogni elemento costruttivo va infatti attentamente concepito a valle e dimensionato in funzione della sua trasportabilità in sito, che spesso avviene attraverso tiri di elicottero, e della sua facilità e velocità di montaggio (in tal senso si colloca lo standard del bivacco Gervasutti sul Monte Bianco, prodotto interamente in officina e posato in sito già completo di finiture interne e funzionante in tutti i suoi apparati).

Un cantiere d’alta quota infatti spesso non dura che i mesi estivi per ovvi impedimenti meteo climatici, rendendo non opzionale l’ottimizzazione delle tempistiche, l’ingegnerizzazione delle componenti e la facilità di futura manutenzione. Si inseriscono pertanto in questo solco gli studi e le realizzazioni – propedeutici anche a temi di economicità e eco sostenibilità – fondate su prefabbricazione, assemblaggio a secco e modularità degli elementi edilizi, sulla filiera corta dei materiali, sulla reversibilità totale e l’impatto lieve degli interventi sul territorio. 

Risulta inoltre altrettanto interessante la risoluzione delle questioni legate alla conduzione di un edificio autosufficiente che spesso sopravvive isolato dalle reti: per la messa a punto di un sistema meno energivoro possibile – ovvero il meno bisognoso possibile dell’uso degli impianti e il più bisognoso possibile di un uso parsimonioso delle risorse – l’approvvigionamento dell’energia termica necessaria ad un seppur ridotto comfort abitativo passa attraverso lo sfruttamento e la conservazione massima degli apporti gratuiti endogeni e esterni dati dal sole. Sarà pertanto necessario ridurre al minimo le dispersioni, attraverso un basso rapporto superficie esterna/volume e la predisposizione di un involucro massicciamente isolato, la cui componente trasparente va opportunamente studiata e dimensionata in relazione a sviluppo, esposizione e dislocazione.

I metodi tradizionali per il riscaldamento come le stufe o per la produzione di energia elettrica come i generatori alimentati a gasolio risultano infatti in quota poco economici da un punto di vista concettuale, spaziale, prestazionale prima che monetario: oltre alle intrinseche difficoltà di reperimento in situ o continuo trasporto di combustibile valido per entrambi i casi, ad altimetria elevata e a basse temperature i motori subiscono inoltre un consistente e proporzionale declassamento delle prestazioni: ad esempio il dispositivo ospitato alla Capanna Margherita sulla Punta Gnifetti del Monte Rosa (4559 m slm) risente dell’abbattimento permanente della potenza elettrica elargita di oltre il 40%.

Per l’ottenimento di energia è possibile pertanto attingere liberamente e senza controindicazioni alle abbondanti fonti rinnovabili disponibili in contesto alpino: dove la risorsa dell’acqua non è disponibile o adatta per l’installazione di micro centraline elettriche e l’eolico si dimostra poco affidabile e continuo, la sorgente universalmente ottimale risulta quella solare. L’efficienza degli impianti fotovoltaici risulta addirittura sensibilmente implementata in altitudine, date le basse temperature e l’aria più tersa rispetto alle basse quote. Parimenti importante risulta l’immagazzinamento dell’energia in batterie appositamente studiate e gestite, ma soprattutto una sua erogazione on demand, quanto più flessibile e studiata in relazione ai fabbisogni contingenti e ai flussi di frequentazione della struttura.

Altri aspetti tecnico-gestionali specifici e capitali per l’alta montagna riguardano il riciclo, la depurazione e lo smaltimento di reflui e rifiuti e la captazione, il trattamento e la conservazione delle risorse idriche; esauribile, quest’ultima, attingendo sia da eventuali sorgenti o corsi d’acqua sia dallo scioglimento della coltre nevosa, con il successivo immagazzinamento nel cosiddetto fondoir.

Oltre ai principi strutturanti, la progettazione di questa tipologia architettonica tanto peculiare deve caricarsi inoltre di numerosi accorgimenti, che se non valutati adeguatamente possono guastare la qualità del risultato, come  -per citarne un paio a titolo d’esempio- la predisposizione di tolleranze dimensionali per gestire le importanti dilatazioni dovute ad escursioni termiche stagionali o giornaliere dell’ordine dei 50°C per evitare le rotture meccaniche, o la compensazione delle intercapedini tra i doppi o tripli vetri per prevenirne l’esplosione dovuta alla variazione di pressione atmosferica rispetto al fondovalle. 

Il compito del progettista d’alta quota è pertanto coniugare e integrare le molteplici istanze tecniche a quelle, imprescindibili, architettoniche e culturali: come si può osservare al di là delle valenze naturali e paesaggistiche, l’ambito montano si configura quindi come un contesto di studio tanto difficile quanto stimolante e carico di potenzialità, soprattutto nella definizione e diffusione di un sapere progettuale attento alle ormai non più trascurabili urgenze della sostenibilità e del rispetto del territorio.

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