Agli architetti la direzione lavori per edifici storici | Architetto.info

Agli architetti la direzione lavori per edifici storici

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L’opera professionale nel campo degli edifici di interesse storico-artistico è riservata agli architetti, ma, in base al Regio Decreto n. 2537 del 1925, la ‘parte tecnica’ è di competenza, oltre che degli architetti, anche degli ingegneri. Fino all’ultimo decennio del secolo scorso in merito non ci sono state vertenze importanti e la norma veniva poco applicata. Nel campo dei beni culturali, in pratica, gli ingegneri venivano incaricati come gli architetti, specialmente nei consolidamenti di strutture murarie. Tale andamento è rilevabile ancora oggi, anche se si sta affermando un orientamento di maggior rispetto della norma che stabilisce la riserva a favore degli architetti grazie a una serie di ricorsi degli Ordini degli architetti e di sentenze di Tar e Consiglio di Stato.

A tale orientamento ha contribuito anche il ministero dei Beni Culturali che, richiamando il parere del Consiglio di Stato n. 382/97, ha chiarito che gli interventi sui beni vincolati devono essere sempre sottoscritti da un architetto, potendosi prevedere l’intervento dell’ingegnere per ciò che concerne la sola parte tecnica, ma con la necessaria e imprescindibile stretta collaborazione con l’architetto e, dunque, mediante la sottoscrizione congiunta del progetto da parte dei due professionisti.

Portando avanti questa linea, il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 21 del 9 gennaio, ha stabilito che anche la direzione lavori, che poteva essere considerata parte tecnica – e quindi consentita all’ingegnere -, deve essere riservata agli architetti, visto che implica scelte relative anche ad aspetti storico-artistici. Il Consiglio si è così espresso in merito a due sentenze del Tar Veneto, del 15 novembre 2007 e del 25 novembre 2008, aventi per oggetto incarichi a ingegneri per direzione lavori relativi a edifici di interesse storico-artistico.

La prima è nata dal diniego da parte della Soprintendenza ai monumenti di Verona della legittimità dell’incarico di direzione lavori per beni culturali a un ingegnere perché si tratta di attività riservata agli architetti in base all’articolo 52 del Regio Decreto 2537/1925. L’ingegnere incaricato, insieme all’Ordine ingegneri di Verona, aveva fatto ricorso al Tar Veneto sostenendo che la direttiva Ue ha sostanzialmente equiparato le professioni di architetto e di ingegnere. Il Tar aveva rimesso la questione alla Corte di Giustizia europea, per la quale, se l’applicazione della direttiva determina discriminazioni tra professionisti, la questione deve essere risolta dal giudice nazionale. Il Tar aveva quindi fatto ricorso alla Corte costituzionale chiedendo se l’articolo 52 fosse incostituzionale dove pone la riserva di attività per i soli architetti, ma la Corte ha dichiarato inammissibile la questione perché il Regio Decreto non è una legge ma un regolamento.

In conclusione, il 15 novembre 2007 il Tar ha accolto il ricorso dando ragione all’ingegnere, ritenendo che la norma del 1925 non è applicabile in quanto determina discriminazione tra ingegneri europei e ingegneri italiani, visto che i primi possono operare in Italia nel campo dei beni culturali, ma non i secondi. Contro questa sentenza il Ministero dei beni culturali ha fatto ricorso in appello davanti al Consiglio di Stato.

La seconda vertenza è derivata da un bando di gara, riservato ai soli architetti, per affidamento di una direzione lavori di restauro e coordinamento per la sicurezza relativi a un edificio con vincolo di bene culturale. Gli Ordini veneti degli ingegneri hanno impugnato il bando di gara e si sono rivolti al Tar che, pervenendo a conclusioni diametralmente opposte a quelle della prima vertenza, ha respinto il ricorso e portato gli Ordini davanti al Consiglio di Stato.

La sentenza emanata a gennaio ha dato ragione agli architetti, accogliendo il ricorso del ministero per i beni culturali e respingendo quello degli Ordini degli ingegneri: la presunta discriminazione nell’applicazione della direttiva Ue è stata ritenuta non esistente, considerando che gli ingegneri civili-edili italiani possono accedere al titolo di architetto superando il relativo esame di abilitazione, esame al quale hanno diritto di accesso conseguendo la laurea magistrale in architettura e ingegneria edile.

L’autore


Enrico Milone

Architetto, laureato a Napoli nel 1958, inizia nel 1959 un’attività che, accanto a progetti edilizi e urbanistici (tra cui la sede degli uffici Inps a Terni e due torri del comprensorio di Tor Bella Monaca, di cui segue il coordinamento architettonico insieme a studio Passarelli e Alessandro Calza Bini), vede la partecipazione attiva alla vita culturale e professionale locale, nazionale e internazionale. Membro del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma dal 1975, tra il 1980 e 1985 ne è presidente. Nel 1986 entra a fare parte del Cna e nel 1993 diventa tesoriere dell’Uia. Grande esperto di questioni legate alla professione e al suo esercizio, è docente in numerosi corsi di aggiornamento per tecnici e nel 2001 diventa professore a contratto alle facoltà Roma Tre e Valle Giulia. A partire dalla fine degli anni ottanta inizia l’attività di pubblicista: è autore, tra l’altro, di Architetto. Manuale per la professione (Dei, 1989), del Nuovo Manuale dei capitolati (Mancosu, 2004) e del Manuale per la professione architetto-ingegnere (Mancosu, 2008) e cura rubriche per L’architettura. Cronache e storia, L’architetto Italiano e L’ingegnere.

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