Architettura del vino: Ca' Marcanda a Bolgheri | Architetto.info

Architettura del vino: Ca’ Marcanda a Bolgheri

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Dopo essere stati nelle Langhe e aver scoperto da vicino il progetto de La Brunella, arriviamo in Toscana con questa nuova puntata della nostra serie sull’architettura del vino: Ca’ Marcanda.

Cà Marcanda è nata circa 20 anni fa i boschi e i vigneti delle colline di Bolgheri di carducciana memoria: “Devo dire che con questo paesaggio mi sono trovato in difficoltà, perché sembrava intoccabile. Non scaturiva dall’osservazione un’idea progettuale che potesse convivere con l’ambiente, perché esso era completo, risolto. Le costruzioni poi erano poche e legate, credo, per lo più al periodo della bonifica degli anni trenta. Abbiamo cominciato a perlustrare la zona, e la maggior suggestione è arrivata proprio dalle non costruzioni, dai muri di pietra segna confini inframmezzati dagli ulivi. Ho quindi pensato che se si costruiva un muro, lungo una strada in curva, e lo si bucava andando sotto la terra, forse la cantina era praticamente realizzata, senza toccare niente. Ma non è stato così facile”.

Da queste premesse, l’architetto astigiano Giovanni Bo elabora la sua sfida progettuale, in bilico fra mimetismo ed organicismo. 

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La scelta di uno sviluppo semi-ipogeo del complesso, porta allo scavo di sbancamento dei 2 piani interrati, rispettivamente a quota -7,30 m e a quota -3,30 m. Il secondo interrato, con una superficie complessiva di 4.157 mq ospita il deposito delle bottiglie, locali per impianti tecnologici, 65 serbatoi di diversa capacità per la vinificazione, locali per l’imbottigliamento e l’invecchiamento in legno e magazzini per i vuoti e i tappi. Il primo interrato è sede del deposito bottiglie e dell’invecchiamento in legno, per una superficie globale di 1.835 mq; gli altri spazi sono a doppia altezza (6,70 m), e comunicanti altimetricamente con il piano sottostante. Al piano terreno trovano sede le zone per la pigiatura, con nastro di carico, pigiatrice mobile e coclea, una sala degustazioni e uffici, disposte su un’area di 1.553 mq. Emergono solo gli ambienti uffici dalla superficie di 203 mq, a quota +3,80 m, che si stagliano rispetto al terrapieno che da 3 lati circonda e ingloba la costruzione, anche sulla copertura.

“La cantina aveva bisogno di uno sviluppo molto esteso, sui 10.000 mq calibrato su un’entità di produzione di circa 120 ettari e 1 milione di bottiglie, anche se l’azienda Gaja tende a tenere le produzioni molto limitate e selezionate. […] Allora, abbiamo studiato una maglia, un modulo, che doveva soddisfare parecchie condizioni di allestimento, cercando anche di prevedere come potevano cambiare le condizioni, il mercato, la vinificazione”. La pianta, dal profilo irregolare e frastagliato, è tuttavia impostata su un modulo di 8×8 m, che si ricompone attorno a un nucleo centrale, vero cuore del progetto.

Le facciate delle cantina sono state rivestite con la stessa pietra arenaria proveniente dagli scavi di sbancamento dei piani interrati. Sbozzata e riquadrata con uno spessore di circa 30 cm, è stata posata in opera in abbinamento al paramento interno realizzato in Poroton (spessore 25 cm) con relativa coibentatura. La stessa pietra è stata adottata per la realizzazione dei muretti di coronamento controterra sulla copertura a verde pensile, interrotti dopo circa 6/7 corsi da una guaina di tenuta all’acqua per evitare fenomeni di percolamento delle acque meteoriche o di imbibizione che avrebbero potuto compromettere la struttura sottostante. Lo spessore di tali muri raggiunge i 58 cm. Sempre sulla copertura, è stato disposto uno strato coibente di 15 cm in Styrodur della Basf, oltre a uno strato impermeabile e uno anti-radice a protezione della sottostante soletta inclinata, dallo spessore di 40 cm.

Il pavimento di tutti gli ambienti è stato rivestito con una piastrella in pietra artificiale in basalto fuso, di colore nero, proveniente dall’area dell’ex Cecoslovacchia, che è stata adottata in tutti gli ambienti. La sua particolarità è l’artigianalità della formella, che presenta le righe della fusione, che ricordano per consistenza materica la ghisa. I getti in calcestruzzo della struttura sono stati realizzati con un sistema abbastanza innovativo per quegli anni. Questi pannelli di carpenteria, foderati da un materiale simile alla carta catramata tipo Perkins, lasciano il getto pulito senza molte sbavature. 

Per quanto concerne la fondazione, essa è tipologicamente a platea, con uno spessore di circa 60 cm, dotata di ringrossi nello spessore della stessa in concomitanza della connessione con i pilastri, al fine di sopperire gli elevati sforzi normali trasmessi dalla struttura a telaio superiore. I muri perimetrali contro terra sono anch’essi in calcestruzzo, dallo spessore di 40 cm nel secondo interrato e di 20/25 cm nel primo interrato, abbinati a contropareti in Poroton di uguale spessore ed intonacati. I 72 pilastri presenti in pianta a quota -7.30 m sono di dimensione circolare, aventi diametro di 80 cm. 

Per sopperire agli effetti di punzonamento causati dall’elevato peso dei solai (circa 3.000 kg/m2, ossia 3 t/m2) e la ridotta sezione dell’area caricata, si sono resi necessari l’inserimento di connettori a taglio. Sono stati disposti, perciò, anelli in lamiera volti a creare una sorta di elemento capitello molto appiattito, portati da colonne in ferro con buone caratteristiche di resistenza a compressione, per via dello spessore della sezione metallica.

Il sistema di controllo climatico

Un vantaggio della struttura semi-ipogea, è la conseguente riduzione dei costi per il condizionamento dell’aria, un fattore importante in una zona in cui la temperatura estiva spesso è al di sopra dei 35°C. All’interno, il microclima è attentamente mantenuto con pavimenti termoriscaldati e impianti radianti per il raffreddamento. Per garantire il controllo della temperatura di fermentazione, la zona barrique (totale di 2.230 m2) è raffrescata a pavimento con il sistema Velta Calore, della ditta Velta Italia. In questo modo, si riescono a differenziare notevolmente le temperature in base alle esigenze produttive, in modo da avere anche differenze termiche di 5°C da un locale ad un altro (passando, ad esempio, dai 17°C ai 12°C). La particolarità di questo impianto di riscaldamento a pavimento è data dalla rete metallicache costituisce il sistema di ancoraggio per la tubazione. 

Realizzata in filo liscio metallico e privadi spigoli vivi, la rete dispone di piedini distanziatori per sollevarela tubazione rispetto al piano d’isolamento; ciò permette al massetto di avvolgere completamente la tubazione, ottenendo una maggiore superficie di scambio. Il risultato finale consiste in una temperatura dell’acqua di alimentazione minore, a parità di resa termica.La rete, inserita nel massetto, consente inoltre la ripartizione dei carichi verticali con conseguente miglioramento della resistenza meccanica.La tipologia costruttiva di questo impianto permette alla caldana di incorporare completamente la tubazione. Lo spessore medio del pacchetto del solaio è di circa 55 cm, al piano del pavimento finito.

I serramenti

Per questo progetto è stata utilizzata la tecnologia Abx Bronzo Architettonico della ditta produttrice Astec. Per la realizzazione di porte, finestre e vetrate di varia forma e dimensione, con differenti tonalità di colore e finitura, è stato impiegato il sistema di profili estrusi in lega di rame a giunto aperto Abx Architectural Bronze Extrusion CW620N (CuZn41Pb1Al) EN 12167. Tale prodotto è stato impiegato per le qualità di resistenza all’effrazione, di tenuta all’aria, d’isolamento termico e di manutenzione limitata alla semplice pulizia ordinaria.

Le pensiline di copertura fitomorfiche

Per la particolare forma delle due pensiline aggettanti dal fronte del fabbricato, si è ricorsi ad un’analisi della vegetazione circostante, composta essenzialmente da pini marittimi, cipressi, lecci, ulivi e vigneti. A una prima valutazione, si ipotizzava di coprire questo spazio con l’inserimento di pini marittimi, per la larga chioma a ombrello. Il progetto è poi cambiato ed è stata scelta una struttura portante metallica, una copertura che cerca nel fitomorfismo la sua ispirazione, interpretando l’oggetto come un sistema vegetativo. 

Il graticcio di travi principali (HEB 160, connesse da IPE 240 locali) regge un sistema di profilati secondari, sovra-dimensionati nella sezione, che poggiano in falso su di esse (profili T100x100 m e T80x80 mm), il cui acciaio è di qualità Fe430B UNI 7070. Esaminando le sezioni trasversali, si nota uno schema statico particolare dato dalle capriate reticolari presenti, le quali, per consuetudine dovrebbero formare aree triangolari per funzionare strutturalmente al meglio, mentre qui spesso si presentano quadrilateri irregolari che lavorano in modo non così efficace. L’orditura muta continuamente, così come l’inclinazione degli elementi (con un range più frequente fra i 45° e gli 80°) ed i cui puntoni sono delle IPE 120. 

La connessione con i pilastri è data da mensole metalliche dallo spessore di 15 mm, sempre di classe Fe430B (corrispondente all’attuale S275JR). La copertura, invece, è in rame, in modo che “col tempo questo diventerà verde, e la ruggine farà diventare rosse le travi”, in un processo tecnico di trasposizione materica fra natura ed elementi costruttivi. Inoltre, per ovviare all’azione del vento e all’effetto vela che può produrre sulla copertura, sono state previste delle fessure localizzate.

Infine, grande attenzione è stata posta all’inserimento paesaggistico della cantina, in cui “l’architettura è diventata un elemento secondario”, come afferma Bo, “la parte emergente del progetto ricorda i muri di pietra. Ma questi muri dovevano poi convivere con la vegetazione, perché il profilo non poteva essere un profilo secco, duro, perché l’intorno era tutto molto più frastagliato”. Tornano alla mente i versi di Davanti San Guido, la poesia di Carducci: “Ove soffia dal mare il maestrale […] Ti canteremo noi cipressi i cori / Che vanno eterni fra la terra e il cielo”. Trecento ulivi secolari sono stati ricollocati in adiacenza alla cantina, ricomponendo l’andamento plani-altimetrico del terreno.

Scheda Progetto
Data del progetto: ottobre 1998
Data di realizzazione: estate 2002
Progetto architettonico: arch. Giovanni Bo, Asti
Progetto strutturale: ing. Massimo Dragoni, Arezzo
Progetto impianto elettrico: ing. Fabio Arione, Asti
Progetto termoidraulico: ing. Luciano Ghia, Asti
Progetto piano di sicurezza: ing. Giuliano Monaldi, Camucia di Cortona – Arezzo
Coordinatore di cantiere: geom. Carlo Bosso, Asti
Impresa di costruzioni: Giomarelli Anterivo, Torrita di Siena – Siena
Superficie dell’edificio: 9.472 m2
Volumetria complessiva: 40.000 m3
Costo dell’intervento:  € 5.500.000

L’autore


Fabrizio Aimar

Architetto libero professionista, si laurea a pieni voti presso la Facoltà di architettura del Politecnico di Torino. Ha collaborato in un noto studio di ingegneria civile ed infrastrutturale di Torino, redigendo progetti esecutivi e costruttivi in supporto a note firme di architettura internazionali (Jean Nouvel, Renzo Piano, Mario Cucinella, Aymeric Zublena). Ha inoltre collaborato al progetto costruttivo architettonico del Grattacielo Intesa Sanpaolo di RPBW, sempre per uno studio torinese. Dal 2009 è firma della rivista “Il Giornale dell’Architettura”. Dal 2010 è membro della commissione cultura dell’Ordine degli architetti P.P.C. della Provincia di Asti. Nel 2014 è firma della rivista coreana di architettura “C3”.

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