Biennale Architettura 2018: cosa vuol dire 'Freespace', il tema scelto da Grafton | Architetto.info

Biennale Architettura 2018: cosa vuol dire ‘Freespace’, il tema scelto da Grafton

Racconterà le qualità dell’architettura e della sua umanità, della sua capacità di donare spazi ed enfatizzare quanto di gratuito c’è nella natura. Per combattere lo scollamento tra architettura e società civile attraverso una qualità dello spazio da riscoprire come ricchezza da tutelare, rinnovare e creare

© Andrea Avezzù Courtesy of La Biennale di Venezia
© Andrea Avezzù Courtesy of La Biennale di Venezia
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La Biennale di Architettura di Venezia targata Grafton Architects parlerà di libertà, ottimismo, generosità. “Freespace”, e le sue molteplici e diverse declinazioni, è infatti il tema del progetto impostato dalle architette irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara, piuttosto fresche curatrici della 16° edizione di quella che è ancora la più importante mostra di architettura del mondo, che si terrà dal 26 maggio al 29 novembre 2018. Il tema è stato ufficialmente presentato il 7 giugno a Ca’ Giustinian alla consueta presenza del curatore e del presidente della Fondazione Biennale di Venezia, Paolo Baratta.

“Freespace” arriva dopo un’edizione ricca, bella e impegnata (ma anche telegenica e decisamente alla moda a partire dal curatore Alejandro Aravena), ma anche dopo gli “elementi” di Rem Koolhaas, con l’intenzione di confermare e proseguire l’indagine di un rapporto tra l’architettura e gli esseri umani e la società civile troppo scollato e spesso difficilmente percepibile.

Come osserva lo stesso Baratta, l’architettura oggi sembra vivere una “crescente difficoltà a esprimere esigenze e predisporre risposte adeguate” a problemi gravi e globali, che hanno “condotto a fenomeni di urbanizzazione drammatici e caratterizzati da una gravissima assenza di spazi pubblici, o sviluppi governati dall’indifferenza come le periferie”. Il tutto all’insegna della ricerca e della riscoperta della qualità dello spazio come “ricchezza da tutelare, da rinnovare e da creare.

Esplicata nella sua idea guida da esempi di accoglienza e benvenuto provenienti dal danese Jørn Utzon, progettista dell’Opera House di Sydney qui richiamato per la seduta di cemento rivestita di piastrelle posta all’entrata del Can Lis a Maiorca, che dal 1966 fu sua residenza, dell’ingresso della casa di via Quadronno a Milano di Angelo Mangiarotti e dell’impostazione che Lina Bo Bardi dà un museo di arte moderna di San Paolo, sollevato dal terreno per permettere la realizzazione di un belvedere sulla città, “Freespace” indagherà attraverso interventi, proposte ed elementi realizzati ma anche rimasti sulla carta le qualità essenziali dell’architettura, la sua ricchezza e bellezza, la sua materialità attraverso le superfici e il suo movimento. Ma anche la sua capacità di dare beneficio e piacere in modo gratuito anche a chi non ne usufruisce in modo diretto.

In questo senso, la proposta del duo irlandese parlerà di generosità di spirito e senso di umanità dell’architettura, della sua capacità di donare spazi ed enfatizzare quanto di gratuito c’è nella natura (la luce, le risorse, i materiali), inviterà a ragionare sui diversi modi con cui riesce a dare dignità e benessere a ogni abitante del pianeta e indagherà gli scambi tra gli edifici e le persone in quanto utilizzatori che trovano nuove modalità, anche non progettate, di condivisione e utilizzo dei loro spazi.

Anche se sarà necessario aspettare di vedere i progetti in mostra alle Corderie e al Padiglione Centrale e le interpretazioni dei padiglioni nazionali, la Biennale di Architettura 2018, che si confronta anche con due edizioni di successo crescente, potrebbe patire per un tema dalle indicazioni forse troppo sfumate.

Mentre Yvonne Farrell e Shelley McNamara presentano i temi alla base della loro Biennale, Mario Cucinella, nominato curatore del Padiglione Italia con larghissimo anticipo, lancia la call “Arcipelago Italia” che, in chiusura il 10 luglio, chiede la candidatura di esempi di interventi realizzati in luoghi marginali e di passaggio, lontani dai grandi centri urbani, in grado di dimostrare il ruolo che l’architettura può svolgere nel passaggio dalla marginalizzazione a un nuovo ruolo di centralità.

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