Dominique Perrault a Mi/Arch 2014: Riaffermare il ruolo dell'architetto | Architetto.info

Dominique Perrault a Mi/Arch 2014: Riaffermare il ruolo dell’architetto

wpid-25042_dominiqueperraultmiarch.jpg
image_pdf

Dominique Perrault ospite al Mi/Arch 2014, foto di Liydia Moisseva

Incontrare Dominique Perrault, mostro sacro dell’architettura che a 36 anni ha vinto il concorso per la costruzione della Biblioteca Nazionale Francese a Parigi ci procurava qualche preoccupazione e timidezza. Invece Perrault si presenta in totale understatement e con grande cordialità, dando l’impressione di essere una persona estremamente consapevole non solo della cultura dell’architettura, ma anche della pratica e della costruzione.

E questo è uno dei meriti da riconoscere al Mi/Arch 2014, il festival promosso dal Politecnico di Milano e diretto da Stefano Boeri: averci permesso di entrare in contatto diretto con grandi architetti (LEGGI LE INTERVISTE A WINY MAAS, BEATRIZ COLOMINA, GILLES CLEMENT), di guardarli in faccia di vederli pensare o sorridere, perché anche l’interazione personale è un aspetto importante della conoscenza.

La sua lezione al Mi/Arch2014 è stata infatti focalizzata sui suoi lavori recenti ma non in chiave “ideologica” bensì molto pragmatica: non ‘what’s next’ ma ‘what’s now’, insomma.

Come ci sente quando a soli 36 anni si vince un concorso così importante come quello per il progetto della Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, un progetto che ebbe un’eco mondiale?

Fu una situazione irripetibile, un insieme di concause che mi portarono a vincere: la situazione politica e culturale sotto la presidenza Mitterand, lo spazio che , comunque, nei pubblici concorsi veniva abitualmente riservato ad un certo numero di architetti giovani ed “emergenti”. Io non ero “raccomandato” da nessuno e non me lo aspettavo. Ero conosciuto in piccoli circuiti, avevo il mio spazio ma non fra i grandi.

Oggi non sarebbe più possibile una cosa del genere, non potrebbe più accadere. La crisi, la situazione politica fanno in modo che l’amministrazione pubblica si rivolge a studi specializzati e per i giovani lo spazio è quindi chiuso da architetti più esperti. Se vogliono costruire una biblioteca privilegiano i progettisti di biblioteche, se un ‘ufficio lo stesso, egualmente per i teatri, i municipi, gli ospedali, i campus ecc.

Ma in questo modo non c’è rinnovamento.

In effetti si rischia di navigare in un livello consolidato, e per nulla innovativo.

Nel periodo del progetto del Centre Pompidou di Renzo Piano c’era la stessa atmosfera?

Non c’era un politica in quel periodo. E’ stato un evento eccezionale. La polemica sul quartiere delle Halles ha acceso l’attenzione su tutto lo scenario. Ma fu un episodio, non il frutto della politica.

Lei è stato uno dei protagonisti del recente convegno internazionale Innovative city forum a Tokyo. Come si può evitare che le città in Europa e nel mondo diventino concentrazioni invivibili?

Oggi non ha più senso parlare di città. Le grandi aree urbane sono Metropoli che contengono le complessità, non una solacomplessità. Stiamo appena studiando questa realtà inedita, stiamo mettendo insieme i mezzi per conoscerla approfondirla. Ma questo non è un lavoro di design o di architettura. E’ uno sforzo collettivo di parecchie figure professionali e sociali. Parigi non è una città e non è ancora una Metropoli, almeno, non si agisce per ora sul territorio come se fosse “metropolitano”.

Parigi è una caricatura insieme di Città e Metropoli. Ma così è anche per le grandi concentrazioni urbane nel mondo. Io presento un lavoro di comparazione ed affinità fra Grand Paris e Grand Naples: tutte e due sono delle grandi aree, tutte e due sono delle città non ancora metropolitane per quanto abbiano un territorio enorme. La metropoli non è un gioco di architetture ma una nuova dimensione del progetto urbano e architettonico.

Le analogie tra Parigi e Napoli?

Prendiamo ad esempio Versailles e Caserta, le due regge. La distanza dal centro città è la stessa e richiede una progettazione urbana affine anche se estremamente complessa. Per inventarla va bene tutto, io dico, ma con solide basi di studio sulla grande area e non sul concetto ormai obsoleto di città

Albi Grand Theatre – Dominique Perrault Architecture – © Georges Fessy / DPA / Adagp

Albi Grand Theatre – Dominique Perrault Architecture – © Vincent Boutin/ DPA / Adagp

Perché si costruiscono grandi città verticali in tutto il mondo?

Lo si fa laddove c’è molto denaro, dove la situazione politico economica, sociale è in grande evoluzioni e crescita, la dove la demografia detta le regole. Paesi come la Cina, gli Emirati, l’India, il Vietnam, e molti altri nei quali si continua a crescere. Anche in Francia la demografia è al centro dell’attenzione. Io per esempio ho tre figli.

La riproduzione in Francia è sempre stata ottima, non so perché, ma è sempre stato così: funziona (sorride, nda).

La demografia e i soldi fanno la differenza. L’Europa non riesce più a crescere e questo è un grande problema. Laddove ci suoni nuovi poteri (non sempre magnificamente “illuminati”) tutto cammina adesso più velocemente ed in dimensioni impensabili per l’Europa.

DC Towers a Vienna – bozzetti originali – Dominique Perrault Architecture – © Dominique Perrault / Adagp

DC Towers a Vienna – Dominique Perrault Architecture – © Michael Nagl/DPA/Adagp

Lei propone un utilizzo quasi necessario del sottosuolo, come riposta all’eccesso di concentrazioni di edifici nelle aree urbane.

Si, mi pare molto interessante, non certo andare a vivere nel sottosuolo, ma svilupparne le potenzialità. Nel sottosuolo esiste una rete di servizi già pronti: elettricità, gas, riscaldamento, fibre ottiche. Ed esistono spazi che costerebbe poco recuperare, per uffici, università, centri studio ecc.

Nel sottosuoloci sono le radici: necessita una visione sociale. C’è molto denaro sottoterra, ci sono stati e ci sono molti investimenti nel sottosuolo: tutte le infrastrutture, ad esempio. La proporzione della ricchezza presente nel sottosuolo è inversamente proporzionale a quella che immaginiamo: una percentuale altissima delle intere risorse di una città.

Nel sottosuolo possiamo recuperare spazi impensati e assolutamente utili allo sviluppo dell’urbanità.

Lo stimolo è partito dal mio progetto dell’Università femminile Coreana

Cosa ne pensa di questa tendenza al “verde” dell’architettura e del paesaggismo contemporaneo?

Penso che è magnifica l’interazione fra gli edifici e la natura. La natura in città è natura artificiale, il progetto della natura in città è patrimonio degli architetti. Noi mettiamo la natura nei nostri progetti negli spazi urbani, persino agricoltura, persino spazi come Spa. Ma è natura artificiale e per questo è ricca e interessante: ma dobbiamo ammettere che è frutto del progetto, è artificio.

E’ facile dire che lasceremo crescere la foresta in città. Ma il lavoro intorno all’edilizia e all’architettura è un lavoro fondamentale per il futuro, se lasciamo che crescano le piante locali nei giardini e non ne facciamo manutenzione succederà che il nostro lavoro non avrà più senso.

Lei pensa così in maniera opposta a Gilles Clément quindi.

Questo è certo: ne parlo nella mia lezione.

Infine, parliamo del recupero degli edifici. Lei ha fatto grandi interventi come l’edificio della Posta del Louvre, e Versailles ecc.

E’ un lavoro molto interessante di “rigenerazione” di spazi e strutture che richiedono degli interventi, fatti con grande rispetto e equilibri ma anche con grande efficacia. Sulle scale del Museo di Versailles passano sette milioni di persone all’anno..se ne traiamo le conseguenze.. è stato indispensabile intervenire per evitare il degrado dell’edificio stesso.

La Posta del Louvre è diventato un progetto di rigenerazione vera e propria di un grande volume nel quale vivranno un hotel, una biblioteca, una serie di servizi come le poste ecc. Quindi non solo recupero e restauro ma ideazione anche di nuove funzionalità.

– – – 

Poi un forte messaggio per la difesa della professione e della professionalità dell’architettura Perrault lo esplicherà nella lezione appassioanata che abbiamo seguito: l’architettura del fare soprattutto.

Gli architetti del futuro hanno enormi patrimoni sui quali lavorare: il recupero degli edifici degli anni 60/70, ad esempio, costruiti con una certa approssimazione e fragilità. Questo è lavoro ed è denaro per i giovani. Perché non dirlo?

Insisterà sui progetti italianii come quello della stazione Garibaldi di Napoli, dell’Hotel NH di Rho: Grand Paris , Grand Naples!! Viva il presente già futuro.

Nuova Stazione Garibaldi a Napoli – Dominique Perrault Architecture © Peppe Maisto / DPA / Adagp


Nuova Stazione Garibaldi a Napoli – Dominique Perrault Architecture © Peppe Maisto / DPA / Adagp

Copyright © - Riproduzione riservata
Dominique Perrault a Mi/Arch 2014: Riaffermare il ruolo dell’architetto Architetto.info