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Una moschea sostenibile per Dandaji, in Niger

Il progetto premiato con medaglia d'argento ai Premi Lafarge-Holcim è stato realizzato da Mariam Kamara e Yasaman Esmaili e dona alla città una nuova moschea in adobe, tradizionale mattone in terra cruda

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Il progetto “Legacy Restored”, che crea un nuovo complesso polifunzionale per il culto, la formazione la cultura a Dandaji, piccolo villaggio Hausa collocato nella parte occidentale del Niger, si è aggiudicato la medaglia d’argento del quinto ciclo dei premi LafargeHolcim for Sustainable Construction.

Dopo avere premiato Città del Messico, che sta realizzando un innovativo progetto di micro-rigenerazione urbana in cui un nuovo parco urbano diventerà presto un’importante infrastruttura per la gestione delle acque, il premio biennale per le costruzioni sostenibili promosso dall’omonima Fondazione continua a guardare a contesti lontani dai riflettori mediatici e premiare progetti perfettamente in linea con la visione dell’architettura e del territorio che ha reso famoso il presidente della giuria di questa edizione, il premio Pritzker cileno Alejandro Aravena, e sono stati il cuore dell’edizione della Biennale di Architettura di Venezia da lui diretta, una delle meglio riuscite degli ultimi anni.

Il progetto

Sviluppato da Mariam Kamara, a capo del locale Atelier Masomi, e Yasaman Esmaili, dell’iraniano Studio Chahar, realizza un nuovo centro civico e culturale che raccoglie molte sfide, affrontando le problematiche della nuova costruzione e del restauro, del recupero strutturale e dello sviluppo di materiali e tecniche costruttive tradizionali ma anche quelle sociali ed economiche presentate da una comunità di 3.000 abitanti che vive in un’area e in un momento storico e culturale difficile, in un paese dell’Africa subsahariana compreso tra la Libia, la Nigeria e il Mali.

In via di completamento per l’impegno di una cifra complessiva di 544.300 dollari messa a disposizione da un gruppo di donatori privati originari del villaggio che diede anche i natali all’attuale presidente del paese Mahamadou Issoufou, l’intervento prende le mosse dal corpo della vecchia moschea che, non più adatta alle esigenze della comunità, viene salvata dalla demolizione (grazie al supporto dato dagli studi dell’ong italiana CISP), recuperata, allargata e trasformata in un edificio per la cultura e la formazione in cui trovano posto una biblioteca, spazi per la lettura e lo studio e due aule. Mentre costruisce ex novo una nuova moschea con alloggio per l’imam impostandola su una regolare maglia a base quadrata e dandole un accesso indipendente, attorno al volume della vecchia rifunzionalizzata disegna e organizza un’ampia area esterna che, oltre ad aree gioco per i bambini, permette di ospitare incontri all’aperto nel nuovo piccolo anfiteatro che sorge accanto all’edificio, e lo svolgimento di attività formative anche all’aperto.

La realizzazione della nuova moschea, che, a differenza della precedente, permetterà anche alle donne di prendere parte alle funzioni religiose, e la trasformazione di quella vecchia sono due interventi strettamente interconnessi: l’intervento sul vecchio edificio per il culto a Dandaji è infatti diventato un’importante occasione per lo studio, il recupero e lo sviluppo tecnologico delle costruzioni in adobe, i mattoni in terra cruda.

Il recupero dell’adobe, il mattone in terra cruda

Penalizzati dalla loro scarsa resistenza all’acqua, gli adobe sono fra gli elementi costruttivi più semplici, antichi e diffusi. Realizzabili direttamente in cantiere ed essiccati al sole, sono costituiti da una miscela a base di acqua e argilla (che in Niger è contenuta nella tipica laterite rossa di cui anche il terreno di Dndaji è costituito) a cui possono essere aggiunte sabbia e paglia. La mancanza di cottura crea un materiale che tuttavia necessita di frequenti interventi di protezione e ripristino delle parti ammalorate, che vengono sciolte dall’acqua.

La realizzazione del complesso polifunzionale di Dandaji, che ha visto anche lavorare insieme maestranze vecchie e giovani, è stata un’importante occasione di sviluppo tecnologico e sperimentazione che ha reso le strutture in adobe più resistenti all’acqua grazie a strati di intonaco additivati da sostanze naturali e facilmente reperibili in loco: mentre i muri e le strutture interne sono stati protetti da un composto a base di laterite, burro di karité e sale, che li ha resi più resistenti all’attacco delle termiti, per l’involucro esterno si è invece sperimentato un mix di sabbia, argilla e gomma arabica, che è stato in grado di aumentare la resistenza all’azione dell’acqua.

Il risultato è un complesso di edifici sostenibili e a basso costo realizzati con materiali naturali e locali che, affiancati ad accorgimenti progettuali, grazie alla loro naturale inerzia termica creano interni abitabili anche con il caldo. I soli materiali che non sono di provenienza locale sono il cemento e i metalli, la cui quantità è tuttavia ridotta al minimo indispensabile, mentre completamente assente è il vetro, che non chiude aperture dimensionate per essere un importante elemento per la ventilazione naturale dell’interno.

 

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