La stazione dei pompieri di Magré è scavata nella roccia | Architetto.info

La stazione dei pompieri di Magré è scavata nella roccia

Progettata da Bergmeister Wolf architekten, la stazione dei pompieri di Magré preserva il territorio non consumando nuovo suolo adottando un non comune approccio progettuale

© Günter Richard Wett, Jürgen Eheim, Ulrich Egger
© Günter Richard Wett, Jürgen Eheim, Ulrich Egger
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Caratterizzato da un approccio innovativo in risposta a precise quanto potenzialmente comuni richieste progettuali, la stazione dei vigili del fuoco del Comune di Magré sulla Strada del Vino, piccolo centro della Bassa Atesina in provincia di Bolzano, è un progetto dello studio locale Bergmeister Wolf che, come la più recente stazione di Versciaco di Alexander e Armin Pedevilla, ha dato una nuova sede alla locale sezione dei vigili del fuoco volontari.

Estrema attenzione all’inserimento ambientale, rispetto per un paesaggio fatto di montagna, frutteti e vigneti, scelta di una soluzione insolita che sulla piccola dimensione di intervento ha presentato vantaggi in termini economici e di bilancio energetico sono alcuni degli elementi caratteristici di un progetto che per la sua unicità è diventato un segno di riconoscibilità della cittadina, piccolo landmark urbano posizionato all’imbocco del paese.

Il progetto è elaborato dallo studio altoatesino di Gerd Bergmeister (Bressanone, classe 1969) e Michaela Bergmeister (Merano, 1979) che, presenti a Bressanone dal 2009, si sono distinti per edifici pluripremiati e menzionati a livello internazionale come la Villa P di Novacella-Varna, il Maso B a Vipiteno e la stazione dei vigili del fuoco di Magré.

L’iter che ha permesso all’amministrazione comunale di realizzare il nuovo centro operativo, completato nel 2010, nasce in seguito alla necessità di spazio nuovi e autonomi, staccati dall’edificio comunale che li ospitava. Come d’abitudine nel contesto altoatesino, allo scopo nel 2008 è stato bandito un concorso di progettazione vinto dal costituendo studio Bergmeister Wolf. La non comune soluzione progettuale adottata denota una altrettanto non comune sensibilità della stessa committenza, che, riconosciuta anche nell’edizione 2010 del Premio Dedalo Minosse, prefigura già dallo studio di fattibilità la possibilità di rivolgere il progetto alla montagna, scavando dentro la parete rocciosa, anziché realizzare nuovi edifici che avrebbero consumato suolo in un’area votata alle coltivazioni e ai vigneti (Magré è un comune molto legato alla coltivazione della vite) e comportato esborsi provenienti dalle procedure di esproprio dei terreni.

L’impianto distributivo finale della piccola stazione, 610 mq di superficie complessiva, si definisce dopo la valutazione di diverse proposte progettuali, per l’interno ma anche per la risoluzione dell’esterno, dove si materializza l’unica parte visibile della struttura. Dopo avere valutato una soluzione ad ambiente unico, gli spazi richiesti dallo svolgimento dell’attività, proporzionati al bacino di utenza, all’estensione dell’area di competenza e al numero di mezzi e volontari da ospitare, sono tutti ricavati all’interno di tre caverne con asse principale perpendicolare al fianco della montagna collegate da corridoi-condotti trasversali.

planimetria

sezione

Sull’esterno, la scelta cade sulla realizzazione di un setto che, staccandosi di un metro dalla compatta parete rocciosa anche per proteggere l’ingresso dalle possibili cadute di roccia e massi, si propone alla vista dalla strada come un fronte nero che si inclina verticalmente per adattarsi alla pendenza della parete retrostante. Il setto non è piano ma composto da due parti convergenti che seguono il perimetro della parete lungo la strada: vi si aprono gli ingressi di due garage per i mezzi, inquadrati da cornici metalliche rettangolari ed emergenti dal setto, mentre si protende un corpo vetrato a doppia altezza che dà luce ai locali destinati all’amministrazione e al soggiorno dei volontari.

I materiali che caratterizzano questa stazione dei vigili del fuoco fanno un grande utilizzo del cemento armato, in forme e tecniche prese in prestito dalle grandi opere infrastrutturali nella realizzazione delle tre piccole caverne a pianta rettangolare e volta a botte ribassata o, più comuni per l’edilizia, nei setti neri imbruniti con la polvere di carbone di faggio, ma anche di vetro e metallo verniciato di nero, in contrasto con il bianco dell’interno.

Scavare dentro la roccia non ha consentito solo il risparmio di suolo particolarmente prezioso in un contesto alpino ma ha portato indubbi vantaggi anche dal punto di vista energetico, permettendo di realizzare una sede dai contenuti costi di gestione derivanti dalla montagna stessa, il cui interno in inverno mantiene una temperatura di 12° C, e dalla ridotta superficie esposta alle temperature invernali. In queste condizioni, verificate anche da una simulazione dinamica, le necessità di riscaldare l’interno sono state quantificate in 40 kwh/mq annui e sono soddisfatte da una sola caldaia a pellets, coadiuvata dalla radiazione solare che filtra dalle superfici vetrate.

Leggi anche: Architettura alpina: la Haus am Muhlbach di Pedevilla Architects

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