Manifattura additiva: la calzatura di Ross Lovegrove tra architettura e moda | Architetto.info

Manifattura additiva: la calzatura di Ross Lovegrove tra architettura e moda

Realizzata in occasione della designweek 2015, la calzatura “Ilabo” contempla anche il contributo di una mente italiana, quella di Arturo Tedeschi. La casa produttrice? United Nude, azienda inglese del nipote di Rem Koolhaas

© United Nude
© United Nude
image_pdf

“Ilabo”, le calzature disegnate nel 2015 dal designer Ross Lovegrove per United Nude, contemplano una formulazione del concept basato sullo studio anatomico del piede femminile, assistito dalle rilevazioni di dettaglio operate da uno scanner medico 3D su modelli fisici reali. Tale progetto, infatti, ha polarizzato la convergenza contemporanea di design, bioingegneria e architettura all’interno del campo emergente noto come manifattura “additiva”.

Un processo bio-mimetico, dunque, il quale si avvicina, maggiormente, alla ponderazione istintiva di un mondo non lineare, interpretato e modellato da Arturo Tedeschi, direttore dell’ufficio milanese A>T e tra i leader in campo architettonico nell’utilizzo del software di modellazione algoritmica Grasshopper. Le mesh tridimensionali che ordiscono tali calzature generano una geometria visibile in cui nulla è estraneo alla funzione come al materiale impiegato, e, sebbene in apparenza la forma segua la funzione, è un esempio organico (quanto eccentrico) della nuova ricerca estetica del 21° secolo.

Leggi anche: Gli architetti e la moda: quindici incursioni eccellenti

Sin dai primi disegni di studio e discussioni sul progetto, l’ambizione di Ross Lovegrove coincise con la volontà di ottenere un oggetto che seguisse la sinuosità del piede femminile e, allo stesso tempo, di progettare una struttura in grado di condurre “naturalmente” al terreno la pressione del piede. Tali premesse si tradussero in una calzatura composta da 2 parti complementari: la soft-upper (tomaia) e la hard-sole (suola/tacco), distinte sia in termini di concept che di materiale impiegato.

L’upper è costituita, internamente, da una rete a maglia esagonale mentre, esternamente, da una serie di filamenti (hair) modellati attraverso un sistema gravitazionale, quest’ultimo simulato nel software di modellazione. Attraverso tale processo, l’oggetto acquisì un’estrema, quanto naturale, verticalità. Tale configurazione venne enfatizzata in modo tale da limitarne la percezione di massività, termine che lascia appunto intendere un eccesso di materia, la quale, secondo l’intuito del designer britannico, è “simbolo di decadenza”.

Ross Lovegrove - Ilabo - concept 8 - courtesy of Harvard GSD

© Harvard GSD

La gravità venne, dunque, simulata attraverso la piattaforma Rhinoceros/Grasshopper e impiegata per ottenere un risultato formale. La morbidezza della geometria, e del materiale, consentì all’oggetto di aderire perfettamente al piede velando (ma mai coprendo) i dettagli anatomici. La rete interna, così come il sistema di filamenti esterni, furono geometricamente collegati nei nodi della maglia esagonale e stampati contestualmente. Una delle principali sfide fu quella legata alla realizzazione di una maglia con il minor diametro possibile, garantendo un’accettabile risoluzione in fase di stampa e, ovviamente, adeguate caratteristiche meccaniche.

Ross Lovegrove - Ilabo - concept 5 - courtesy of Harvard GSD

© Harvard GSD

Per quanto concerne la suola, la volontà di Ross Lovegrove portò il team di Arturo Tedeschi a sperimentare tecniche di ottimizzazione topologica: partendo dall’effettiva posizione del piede e considerando una geometria di partenza schematica (rough geometry), si individuarono le principali linee di stress “intorno alle quali” modellare la geometria della suola. Successivamente, l’analisi FEM, eseguita sul modello finale, consentì di individuare le parti maggiormente sollecitate (Von Mises Stress) e permise, al team italiano, di apportare idonee correzioni nella geometria principalmente connesse all’aumento dello spessore.

Ross Lovegrove - Ilabo - concept 6 - courtesy of Harvard GSD

© Harvard GSD

Un modo di procedere che prende spunto dalla biologia, in cui una molteplicità di organismi del Regno animale e vegetale si è evoluta verso configurazioni geometriche al fine di sfruttarne le intrinseche caratteristiche, quali solidità, rigidezza o duttilità della forma adottata. Un fenomeno che oggi trova emuli in ambito tecnologico, ma in senso inverso.

Guarda il video su “Ilabo” qui (courtesy of Adrian F. Ardelean)

 

Tornando alla calzatura, l’upper (tomaia) è la parte “morbida” delle “Ilabo shoes”. Essa venne realizzata attraverso un processo di sinterizzazione laser (SLS), utilizzando come materiale il poliuretano termoplastico (TPU). La suola rappresenta, di contro, la parte più rigida della calzatura, prodotta mediante il medesimo corso, ma adottando il nylon quale materiale di stampa. L’intero processo di stampa 3D venne realizzato con la sPRO™ 60 HD e durò, all’incirca, 24 ore.

Dunque, nuove possibilità digitali sono in grado di assimilare, e prevedere, sequenze future circa l’ibridazione di materiali, tecnologia e strutture. Questa speculazione è applicabile ad ogni oggetto nel campo del reale, sia per quanto concerne la stampa 3D che i materiali da essa impiegati, i quali potranno maturare un’evoluzione in termini di adattabilità ai diversi processi in cui vengono utilizzati. Software avanzati e nuove tecnologie potranno aprire sempre più a nuove consapevolezze nel campo della fisica, dell’ottimizzazione di materiali e processi, così come nella meccanica. Il design, come oggi ci è noto, potrà essere rimpiazzato da intelligenze artificiali nella produzione di oggetti di massa, in un rapporto ancora del tutto da definire con la lavorazione artigianale e manuale.

Crediti
Committente: United Nude
Designer: Ross Lovegrove
Computational Design: A>T (Arturo Tedeschi, Maurizio Degni)
Anno: Aprile 2015

Copyright © - Riproduzione riservata
L'autore
Manifattura additiva: la calzatura di Ross Lovegrove tra architettura e moda Architetto.info