Shigeru Ban per i rifugiati: è la volta del Kenya | Architetto.info

Shigeru Ban per i rifugiati: è la volta del Kenya

L’architetto Premio Pritzker giapponese è stato incaricato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati della progettazione di 20.000 moduli che verranno realizzati nel campo profughi di Kalobeyei

© UNHCR/S.Otieno
© UNHCR/S.Otieno
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L’architetto giapponese Premio Pritzker 2014 Shigeru Ban ha firmato con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) l’incarico per la progettazione di 20.000 moduli per rifugiati da realizzarsi all’interno del campo profughi di Kalobeyei, struttura nata nel 2015 nella parte settentrionale del Kenya dimensionata per una capienza di 45.000 persone la cui popolazione nel solo 2017 è aumentata di 17.000 unità, arrivando ai 37.400 esuli ospitati registrati al 31 luglio 2017.

Ban ha già effettuato un sopralluogo per prendere i primi contatti con la popolazione, approfondire la conoscenza del contesto e dei materiali e delle tecniche costruttive locali per iniziare quanto prima a predisporre un progetto replicabile la cui realizzazione “richieda una supervisione tecnica minima o nulla, ricorra a materiali che siano sostenibili e disponibili localmente e realizzi strutture semplici da gestire e mantenere da parte dei loro utilizzatori ”, e il cui risultato sia anche il più possibile resistente e durevole per permettere l’avvicendamento del maggior numero possibile di persone.

Gli ostacoli con cui fare i conti non sono pochi, partendo dalla carenza di infrastrutture: l’area, non servita nemmeno da aeroporti commerciali utilizzabili in caso di necessità per il trasporto di persone e materiali, è raggiungibile solo percorrendo strade che da Nairobi permettono di raggiungerla in non meno di tre giorni. Il progetto dovrà anche considerare come la scarsità dell’acqua e la deforestazione di cui l’area è stata oggetto riducono fortemente le possibilità di scelta in termini di tecniche e materiali da costruzione e come ridurre gli effetti delle condizioni climatiche estreme, oscillanti tra altissime temperature e stagioni delle piogge spesso causa di alluvioni, sulla creazione di ambienti il più possibile vivibili.

Shigeru Ban è senza dubbio l’architetto più famoso a livello planetario per il suo impegno decennale nelle aree colpite da disastri naturali e scenario di guerre, dove ha progettato e realizzato moduli per l’emergenza e l’accoglienza di sfollati e profughi. Unendo il talento e l’esperienza all’utilizzo di materiali poveri, di risulta e facilmente disponibili o trasportabili in contesti difficili, da decenni crea architetture temporanee, pubblicatissime, partendo da materiali come rotoli di cartone, tessuti, legno e rifiuti.

Dal terremoto di Kobe del 1995 la sua è stata una presenza costante nelle emergenze più gravi che hanno colpito il pianeta, dai rovinosi sismi che distrussero larghe parti della Turchia nordoccidentale nel 1999, il sud est asiatico nel 2004 e il Sichuan nel 2008, fino al terremoto de L’Aquila dell’aprile 2009. Il suo ormai collaudatissimo sistema, insieme alla sua fama e alla sua lunga presenza a fianco dell’UNHCR, gli sono valsi anche l’incarico della progettazione della parte dell’allestimento del Museo della Croce Rossa inaugurato nel 2013 a Ginevra illustrativa de “L’aventure humanitaire”, condiviso con il brasiliano Gringo Cardia e il berlinese originario del Burkina Faso Diébédo Francis Kéré.

Adesso è il turno dell’Africa subsahariana (nuovamente, visto che è stato già attivo in Rwanda), con un progetto che s’inserisce all’interno del Kalobeyei Integrated Socio-Economic Development Program avviato grazie all’UNHCR e al cui sviluppo nel 2016 si è unito, supportato dal governo giapponese, anche UN-HABITAT, per la prima volta presente in Kenya. Collaborando con il governo del Turkana, una delle regioni più povere del paese collocata al confine settentrionale con il Sudan del Sud, il Piano fissa le linee guida di una crescita il più possibile sostenibile di una struttura sorta per dare sollievo al vicino campo di Kakuma, messo sotto grande pressione dal consistente numero di fuggitivi dal conflitto scoppiato a fine 2013 in Sud Sudan. È il risultato di un processo partecipativo che per oltre un anno ha coinvolto la comunità dei rifugiati (per il 71% profughi provenienti dal Sudan del Sud) e quella ospitante, costituita in prevalenza da pastori, esperti locali e internazionali e rappresentanti delle istituzioni.

L’incarico conferito all’architetto giapponese segna un concreto passo avanti nella direzione tracciata dal Piano, che supporterà una crescita poco auspicata ma che deve essere gestita nel miglior modo possibile. Anche se le risorse a supporto del progetto sono ancora da individuare, il prossimo passo sarà la realizzazione di 20 moduli sperimentali, con la loro successiva produzione in scala più larga a sostituzione parziale di quelle esistenti.

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