Snøhetta trasformerà l’ex AT and T Building di Philip Johnson | Architetto.info

Snøhetta trasformerà l’ex AT and T Building di Philip Johnson

Lo studio norvegese è stato incaricato di trasformare la base dell’edificio icona del postmodernismo e ha presentato un polemizzato progetto che la modificherà in modo sostanziale aprendola e sostituendo parte del suo involucro con lastre di vetro ondulate

© DBOX
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Lo studio norvegese Snøhetta è stato incaricato di intervenire su un edificio icona della storia dell’architettura contemporanea: l’ex AT&T Building di Philip Johnson (poi Sony Building e oggi diventato 550 Madison) completato nel 1984 a New York, al 550 di Madison Avenue.

Il progetto è stato commissionato da Olayan America, il gruppo saudita che ha acquisito l’edificio nel maggio 2016 dopo la dismissione da parte di Sony e l’accantonamento di un progetto di trasformarlo in torre residenziale, e dal suo ramo di real estate Chelsfield, che hanno selezionato lo studio basato tra Oslo e New York per lo sviluppo di una trasformazione da 300 milioni di dollari che nel prossimo futuro cambierà in modo importante la base di un grattacielo simbolo dell’architettura postmoderna. Progettato da Philip Johnson insieme a John Burgee, è caratterizzato dalla rigida griglia definita dalle aperture finestrate, dall’esteso utilizzo del granito rosa a finitura degli esterni, dall’imponente arcone alto sette piani in un basamento chiuso e da una sommità entrata a fare parte dello skyline cittadino con il suo timpano triangolare aperto al centro.

Il progetto di Snøhetta, il primo nell’area interessata dal piano di rinnovamento dell’East Midtown avviato dalla città nel 2016 (il Midtown East Rezoning plan), risponde a una richiesta di revisione dell’edificio mirata ad aumentare l’attrattività di un complesso terziario destinato alla locazione.

Modificherà i piani inferiori della torre definendo al loro interno spazi rinnovati in cui troveranno posto ristoranti e negozi di alta gamma ma anche aree a servizio degli uffici soprastanti. Sull’esterno determinerà un’importante modifica della facciata e del suo attacco a terra, che vedrà l’arcone e le superfici lapidee sostituite da una trasparente e ondulata facciata vetrata, che lascerà intravedere il suo interno, i cui primi due livelli saranno aperti al pubblico, mettendo a nudo anche parte della struttura portante in acciaio. Mentre i piani superiori manterranno l’originaria funzione, il progetto migliorerà anche le performance complessive e la sostenibilità dell’edificio (obiettivi sono le certificazioni LEED Gold, WELL e WIRED), comprendendo anche un ridisegno dello spazio esterno, che verrà raddoppiato nelle dimensioni e dotato di un’area verde con giardino pubblico.

Diffuso per adesso soprattutto a livello di rendering, l’intervento di Snøhetta è tutt’altro che banale, nonostante agisca su una parte relativamente piccola dell’ex AT&T Building, il suo attacco a terra, che tuttavia ne definisce il rapporto con l’intorno e la città, e un involucro originariamente e volutamente chiuso, e su un interno che era già stato modificato quando la Sony ne prese possesso.

Mentre i progettisti leggono l’apertura di una torre “introspettiva” come incoraggiamento alla creazione di rapporti “più vibranti e dinamici con la città e le persone che la vivono”, ci si domanda quando sia lecito modificare in questo modo la coerenza di un progetto, le basi su cui si imposta e la definizione dell’inserimento nel contesto per rispondere alle logiche di mercato e se fosse possibile una risposta diversa.

In un paese giovane e dalla produzione architettonica recente e in cui gli interventi e i progetti di restauro sono anche finanziati da importanti istituzioni che spesso allargano il loro raggio d’azione anche all’estero (e anche l’Italia ne sta beneficiando con il grant con cui la Getty Foundation sta sostenendo lo studio del progetto di restauro dello stadio Flaminio di Roma di Pier Luigi e Antonio Nervi), le stesse domande se le è poste il mondo architettonico. Il progetto di Snøhetta, tra l’altro autori sulla West Coast anche del controverso ampliamento del postmoderno San Francisco Moma di Mario Botta, non ha infatti mancato di sollevare polemiche, che, seguendo il “Hands off My Johnson”, hanno ottenuto il sostegno di importanti architetti internazionali come Norman Foster e Richard Meier, e hanno portato tra i primi risultati l’interessamento della Landmarks and Preservation Commission di New York, che sembra interessata a procedere verso la sua tutela.

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