Tokyo 2020, il mega stadio di Zaha Hadid non si farà | Architetto.info

Tokyo 2020, il mega stadio di Zaha Hadid non si farà

Nonostante il concorso di progettazione del 2012, il nuovo stadio olimpico di Tokyo di Zaha Hadid è stato - quasi definitivamente - accantonato per le polemiche e i costi troppo elevati

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Il mega stadio progettato da Zaha Hadid per i Giochi olimpici di Tokyo del 2020 alla fine non si farà. Questa è l’ultima puntata (un po’ imbarazzante e forse definitiva) di una vicenda che si sta trascinando, tra passi avanti e indietro, ormai dal 2012.
La capitale giapponese, impostasi nel 2013 su Istanbul e Madrid, ospiterà i giochi olimpici dal 24 luglio al 9 agosto del 2020 (56 anni dopo le prime del 1964) e i preparativi fervono.
Come in ogni grande evento, sportivo o espositivo, i lavori avviati o in programma sono molti e ingenti sono anche gli stanziamenti (oltre 2,5 miliardi di euro messi a disposizione dallo stato a cui si dovrebbero sommare altri investimenti privati) per un totale di 33 campi di gara, tra nuovi ed esistenti rifunzionalizzati, le relative aree di servizio e i villaggi per gli atleti e la stampa. A questi si affiancano molteplici grandi interventi per il potenziamento e il miglioramento delle infrastrutture esistenti: si prevede, tra l’altro, di aumentare la capacità degli aeroporti gravitanti sulla città, Haneda e Narita, realizzare una nuova ferrovia veloce di collegamento tra i due e completare tre autostrade.
E i progetti di intervento sullo stadio, luogo in cui tradizionalmente si tengono le cerimonie di apertura e chiusura dei giochi oltre che le competizioni sportive, sono parte centrale e integrante del disegno complessivo dell’evento olimpico. Lo stadio è inoltre importante anche per il suo alto valore simbolico, in quanto edificio chiave per l’immagine dell’intero paese nei confronti del mondo.
Realizzato su progetto di Mitsuo Katayama in occasione dei Giochi del 1964 in un’area non lontana dal plastico e famoso stadio per la ginnastica di Kenzo Tange, venne inaugurato nel 1958 e da allora ospita in modo continuativo partire di calcio e di rugby, oltre che alcune gare di atletica.

Il vecchio stadio

Il vecchio stadio

 

Per il 2020 il Comitato organizzatore aveva in programma un ampio progetto di rifunzionalizzazione dell’intera area mutato tuttavia più volte. Capace di ospitare “solo” 48.000 persone, fin dalla vittoria della candidatura a Tokyo si iniziò a discutere di una sostituzione completa del vecchio stadio con un impianto nuovo che avrebbe dovuto essere pronto per la World Cup di rugby del 2019. Nel novembre 2012 venne così lanciato dal Japan Sport Council (Jsc) un concorso internazionale di progettazione vinto da Zaha Hadid, che sta attualmente lavorando all’analogo stadio per i mondiali di calcio 2022 in Qatar e già autrice del London Aquatic Centre alle Olimpiadi 2012. L’architetta anglo irachena si impose su finalisti “locali” di peso come Sanaa, Toyo Ito e Azusa Sekkei con uno stadio dalle consuete linee dinamiche e dalle grandi dimensioni pensato per ospitare 80.000 persone ed elaborato con il supporto di studi e società locali tra cui la multinazionale Nikken Sekkei.
Un forte movimento di opposizione al progetto, con polemiche sull’opportunità di realizzarlo, nacque pressoché subito, forte di dubbi che non hanno nazionalità di fronte a interventi di questa natura: dimensioni considerate eccessive, necessità reale di avere un mega stadio ma anche l’ingente impegno economico, con costi in progressivo aumento, in un momento in cui le risorse avrebbero potuto essere utilizzate in aree ancora troppo recentemente toccate da disastri, come Tohoku e Fukushima (severamente colpite dal terremoto e tsunami nel 2011 e ancora in via di ripresa).
Seguì queste polemiche anche il mondo dell’architettura locale: professionisti del calibro di Fumihiko Maki, Sou Fujimoto, Kengo Kuma e lo stesso Ito, riunitisi in un simposio anche trasmesso via streaming, chiesero la riduzione delle dimensioni complessive di un edificio considerato fuori scala per l’intorno e si mostrarono estremamente critici verso il progetto e tutta l’operazione (nonostante alcuni di loro avessero partecipato alla competizione).

Dopo il simposio venne anche lanciata la petizione “Just say no to a new Tokyo Olympic mega-stadium”.
Il risultato fu che il governo a fine 2013 ridusse un budget disponibile e chiese un ridimensionamento del progetto la cui nuova versione, meno dinamica nelle forme e considerata sempre troppo costosa per le casse pubbliche, venne presentata tra lo scorso anno e l’inizio dell’attuale.

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Da allora poco è successo, a parte l’avvio del cantiere di demolizione del vecchio stadio.
In seguito a quanto successo Zaha Hadid, che dice di avere appreso la notizia dalla stampa, si è sentita in dovere di dare la sua versione dei fatti attraverso il suo ufficio comunicazione (e sicuramente dopo avere consultato i suoi avvocati). Accantonando gli attacchi dei colleghi giapponesi, le cui risposte furono date a suo tempo, gli incrementi di budget sarebbero stati conseguenza di un grave errore iniziale di procedura, ossia la mancanza di una gara internazionale per l’affidamento del progetto esecutivo e dei successivi lavori a un general contractor.
Il rivolgersi solo a un mercato locale in bolla, con costi di costruzione alti e previsti in ulteriore incremento e scarsità di manodopera, e l’avere estromesso il progettista dal dialogo con l’esecutore avrebbe portato il Jsc, che comunque avrebbe sempre approvato i budget, a incolpare degli aumenti di costi il progetto e le sue caratteristiche costruttive, quando invece proprio una buona gestione di questa fase porterebbe a tenere sotto controllo le spese.
Comunque andrà, i tempi per un procedimento nuovo potrebbero iniziare a essere stretti.

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