Alberto Campo Baeza, intervista-sillogismo al genio sperimentatore spagnolo | Architetto.info

Alberto Campo Baeza, intervista-sillogismo al genio sperimentatore spagnolo

Una lecture unica al Politecnico di Milano, un colloquio esclusivo sulle tematiche complesse dell’architettura, tra le quali spicca il rapporto con la città storica, la luce e la bellezza

Alberto Campo Baeza - courtesy Alberto Campo Baeza Architecture studio
Alberto Campo Baeza - courtesy Alberto Campo Baeza Architecture studio
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Incontriamo Alberto Campo Baeza a margine della lecture intitolata ‘Per una sapienza architettonica‘, tenutasi al Politecnico di Milano nell’ambito del seminario Insegnare l’architettura – Due scuole a confronto. Architetto, Professore emerito presso la Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Madrid (ETSAM) – Universidad Politécnica de Madrid e Visiting Professor presso la Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Barcelona (ETSAB) – Universidad Politécnica de Cataluña, Campo Baeza fu insignito del RIBA International Fellowship 2014 dal Royal Institute of British Architects. Già nel 2000, gli venne attribuito il Premio Speciale della Giuria alla 7a Mostra Internazionale di Architettura per l’allestimento del Padiglione Spagnolo da lui curato, in quanto “esprime(va) con eleganza, chiarezza e raffinatezza, le radici culturali che hanno generato l’architettura“. A seguire, alcune considerazioni che animano il suo operato, tra cui il rapporto con la città storica, la verità, la luce e la bellezza in architettura. Con una prospettiva sul futuro.

Professore, per la particolare attenzione al rapporto tra il contemporaneo e il tessuto storico urbano, lei è stato recentemente insignito del Piranesi Prix de Rome alla Carriera e una delle sue opere più note, la sede per uffici a Zamora, fu candidata al Premio europeo Mies van der Rohe nel 2012. A suo giudizio, come un’architettura contemporanea può dialogare con la città storica, nella modernità?

La mia risposta sarà: come un’architettura contemporanea può non dialogare con la città storica, poiché deve dialogare con essa! Proprio come tu fai con la tua nonna: tu sei carino con lei e non la rifiuti, ma la ami. E questo avviene anche con la città storica. Ti ricorderai, vi era una rivista di architettura che si intitolava: “Casabella-Continuità”. Questo termine, continuità, significa che noi stiamo continuando la storia, no? Non la stiamo distruggendo, ma bensì la continuiamo. E’ la continuità.

Alberto Campo Baeza - lecture - courtesy Politecnico di Milano

Alberto Campo Baeza – lecture – courtesy Politecnico di Milano

A proposito della bellezza, lei spesso cita il pensiero filosofico di Platone: “la bellezza è lo splendore della verità”. In architettura, che cos’è per lei la verità? È possibile parlare di un’etica del progetto, indipendente da quella della società attuale?

La verità, la verità, la verità… Ad una persona che conosco e che anche tu conosci bene, domandarono: “che cos’è la verità?” Ricordi? Nel Vangelo, ci si interroga: “chi è la Verità?” La verità, in Architettura, è più semplice. È, evidentemente, quando l’idea è credibile, logica, rigorosa. Un’altra volta di più, ci può aiutare Vitruvio: quando si compie la funzione, la utilitas, e si realizza la costruzione, la firmitas, si arriva alla bellezza. Una architettura che non è vera, dunque falsa, frivola, superficiale, non può essere bella. Può essere simpatica, attrattiva, provocatoria, ma non bella. E la bellezza non è una cosa stupida, ma al contrario: è profonda. Ed è questo lo splendore della verità.

Sempre in tema di progettazione, lei spesso parla della luce come del più potente strumento a disposizione dell’architetto. Allo stesso modo si pongono Steven Holl e Tadao Ando, a cui peraltro Kenneth Frampton la avvicina nella modulazione della luce nel Collegio de San Fermìn a Madrid (1986). Ci può spiegare come lei studia la luce e il suo comportamento, in ogni opera? 

Si studia e si dovrebbe studiare di più! A me piacerebbe un software in grado di controllare tutto nella luce, ma ancora non l’ho trovato. Si dovrebbe iniziare a farlo. Forse è più facile, per una persona normale, capire che la luce, e io l’ho spiegato tante volte, sta all’Architettura come l’aria alla musica. Che cos’è la musica, la cosa più bella del mondo? E’ la più divina: è l’aria. L’aria è quando la corda vibra, così come per l’architettura è la luce. Quando la luce attraversa lo strumento architettonico, suona. Come diceva Paul Valéry: “l’Architettura che parla meglio è quella che suona”. Ed è ‘suono’ la luce quando attraversa il Pantheon. Io raccomando sempre ai miei studenti: “andate al Pantheon a piangere!”. Quando uno guarda la luce attraversare questo strumento incredibile che è il Pantheon, si produce una sospensione del tempo. È il soffio dell’aria soave, come scrisse il profeta Elia all’atto di aspettare il Signore. Dapprima venne un tremendo vento, ma non era Dio, poi un terremoto e un fuoco, ma in entrambe non vi era Dio. Solo alla fine, sotto il monte, Elia ascoltò il sussurro di una brezza leggera e disse: “Dio è qua!”. E qui sta anche l’architettura.

Alessandro Rocca e Alberto Campo Baeza - courtesy Politecnico di Milano

Jesus Aparicio, Emilio Faroldi e Alberto Campo Baeza – courtesy Politecnico di Milano

In una sua recente lecture, lei afferma che l’architetto dev’essere al servizio della comunità, al pari di un medico. Quali consigli pratici si sente di dare ai giovani progettisti, per compiere al meglio questa missione nella quotidianità?

Questa comparazione con il medico è chiarissima! Quando tu vai dal medico, il medico non ti dice: “ah, tu hai un dolore ai piedi”, ma bensì ti chiede di dirgli, di raccontargli. Ti analizza e dopo studia i referti prodotti. Solo dopo, finalmente, dopo aver lungamente valutato, proferisce una diagnosi. E se la malattia è complicata, la diagnosi deve essere più approfondita. Per un architetto, un progetto è al pari di una diagnosi, ovviamente non per una malattia ma per un problema, nell’accezione positiva del termine.

In chiusura, lei ha pubblicamente elogiato l’operato di alcuni architetti attivi sia nel passato, sia nella contemporaneità, tra cui Carlo Scarpa e Alvaro Siza. Dovesse invece indicare 3 nomi di architetti emergenti nello scenario internazionale, quali sarebbero?

Devo dire che non è facile, perché se cito uno, l’altro poi si offende. Però ti dico che ho una grande speranza verso questa generazione, che è fantastica. Ieri e oggi, al Politecnico di Milano, ho visto una generazione che potrà fare bene in futuro. A Barcellona, dove ancora insegno, vi è un’altra generazione così, come anche a Madrid. Nel mondo vi è una generazione di gente come voi, giovane. Ripeto, la verità non è riservata ad architetti prescelti! No, no e ancora no. Si può essere simpatici come vuoi e, al contempo, risolvere e cambiare il mondo. Si può cambiare! Una persona diceva: “You can do it!” e così lo ripeto anche io: “We can do it!”.

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