Alejandro Aravena: alla Biennale una battaglia per un costruito migliore | Architetto.info

Alejandro Aravena: alla Biennale una battaglia per un costruito migliore

Il tema scelto dall'architetto cileno per la Biennale è "Reporting from the Front". Una scelta 'di rottura' che mette in chiaro la sua battaglia per un ambiente edificato migliore

Alejandro Aravena e Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia (foto di Giorgio Zucchiatti courtesy La Biennale di Venezia)
Alejandro Aravena e Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia (foto di Giorgio Zucchiatti courtesy La Biennale di Venezia)
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Reporting from the front”. Questo è il più che significativo tema individuato dall’architetto cileno Alejandro Aravena, nominato a luglio curatore della 15° Mostra di Architettura di Venezia in programma nella città lagunare dal 28 maggio al 27 novembre 2016.
L’annuncio è avvenuto in coda al primo incontro veneziano tra il neodirettore della sezione Architettura e i rappresentanti dei padiglioni nazionali che stanno già lavorando per esporre i loro lavori in mostra. Assente, come purtroppo ormai di consueto, un non ancora nominato curatore del padiglione italiano, per cui il ministero, in ritardo, sta vagliando i progetti di candidati la cui presentazione è stata chiusa solo da qualche giorno.

“Reporting from the front”: dalla Biennale di Deyan Sudijc, che nel 2002 apriva il nuovo millennio con una “Next” che passava in rassegna un futuro fatto di architetture di imminente realizzazione progettate dalle star, è passata molta acqua sotto i ponti. Il mondo, le sue urgenze e richieste sono radicalmente cambiati con l’architettura che deve riuscire a trovare, parti sempre più corpose degli addetti ai lavori e della società lo chiedono, un ruolo diverso. E la scelta di Aravena, e di un tema che per il curriculum particolarmente attento al sociale del fondatore di Elemental non poteva essere molto diverso da questo, sembra andare in questa direzione.

Specchio del mondo e della sue istanze, negli ultimi anni le Biennali hanno creato racconti diversi e a volte controversi. Dalla “Metamorph” di Kurt Forster, che nel 2004 era ispirata dai nuovi materiali e dalle molte possibilità offerte dall’informatica, alla polemizzata “Architecture beyond buildings” in cui Aaron Betsky nel 2008 parlava di architettura facendo “sparire” gli edifici, passando per le Biennali curate da Richard Burdett, che nel 2006 impostava il salto di scala concentrandosi sulle metropoli, e da Kazuyo Sejima che, nella prima edizione post crisi mondiale, nel 2010 iniziava a ridare un ruolo centrale all’architettura interrogandosi sul suo possibile ruolo come mezzo per uscirne.

Le ultime due edizioni hanno rafforzato il processo di ricucitura di quello che da molte parti è stato percepito, non a torto, come uno scollamento tra le Biennali e una disciplina concreta che ora Aravena intende proporre in una delle sue vesti più trascurate ma sempre più importanti. In “Common Ground” David Chipperfield celebrava infatti le idee condivise e il patrimonio comune valorizzandoli rispetto ai singoli percorsi professionali, mentre i Fundamentals di Rem Koolhaas lo scorso anno hanno riportato in primo piano la matericità dell’architettura, proponendo analisi della sua storia recente e portando alla ribalta gli edifici e i loro elementi costitutivi.

Aravena, e con lui l’istituzione Biennale che già riconobbe con forza il suo lavoro conferendogli il Leone d’argento nel 2008 durante la prima mostra della seconda presidenza Baratta, recepisce un momento storico in cui molte delle guerre più rovinose e diffuse non sono combattute su campi di battaglia, in cui la mancanza di risorse, i loro effetti e le migrazioni sono sempre più drammatici. Momento in cui anche l’architettura deve fare la sua parte recuperando il contatto con le sue radici più profonde e con le persone, facendosi mezzo per dare dignità alla vita, qualità al costruito e risposte concrete a problemi concreti sfruttando spesso risorse povere e scarse: “Reporting from the front si propone di mostrare cosa significa migliorare la qualità della vita mentre si lavora al limite, in circostanze difficili, affrontando sfide impellenti”.

E in cui le azioni meritevoli “dal fronte” (in realtà da molti fronti) devono essere restituite, diffuse e diventare un esempio da cui imparare, dove la progettazione (e un architetto dal ruolo sempre più messo in discussione) è soprattutto un valore aggiunto e non solo un costo. La Biennale targata Aravena si propone di essere positiva nella sua volontà di esaltare l’azione più che la teoria, privilegiando il collettivo e il bene comune rispetto alle individualità.
Non resta che aspettare di vedere come queste meritevoli intenzioni e un programma che sicuramente si prospetta di interesse verranno declinati in soli nove mesi di tempo. E la nomina, si spera molto prossima, del curatore del Padiglione italiano.

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