Biennale 2016: il Padiglione Italia di Tamassociati mantiene le promesse | Architetto.info

Biennale 2016: il Padiglione Italia di Tamassociati mantiene le promesse

Impostato in modo limpido attorno a tre temi, il Padiglione Italia alla Biennale 2016 di Architettura, curato da Tamassociati, espone 20 esempi di bene comune e avvia il crowdfunding per 5 dispositivi mobili da realizzare in altrettante periferie

Taking Care, il padiglione italiano per la Biennale di Venezia 2016, progettato da Tamassociati (copyright: Andrea Avezzù)
Taking Care, il padiglione italiano per la Biennale di Venezia 2016, progettato da Tamassociati (copyright: Andrea Avezzù)
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Il 28 maggio, al termine di due giorni di vernice che hanno radunato a Venezia una buona parte del mondo dell’architettura, si è finalmente aperta anche la Biennale di Architettura di Venezia numero 15, diretta dal cileno Alejandro Aravena, Premio Pritzker 2016.

Seguendo un tema, “Reporting from the front”, che si preannunciava di alto interesse sia per le interpretazioni possibili da parte dei padiglioni nazionali che per la (bella) mostra esposta tra le Corderie dell’Arsenale e il Padiglione centrale ai Giardini (leggi di più), anche il Padiglione Italia curato dallo studio TAMassociati (guidato dai disponibilissimi Massimo Lepore, Raul Pantaleo e Simone Sfriso) si è rivelato pienamente all’altezza delle attese.
Nel riserbo quasi assoluto dei mesi precedenti l’apertura, “Taking Care – Progettare per il bene comune” segue un filo conduttore semplice e chiaro, non affollato, basato su esempi pratici, riciclo di materiali e supporti e una comunicazione efficace, cifra stilistica tipica dell’ormai consolidato modus operandi progettuale dello studio veneziano.

Tre, più due appendici, sono infatti le ben riconoscibili parti portanti del racconto di un padiglione che, come già indicato nella conferenza stampa di presentazione, raccoglie un proposta curatoriale raggruppata attorno ad altrettanti temi-slogan che, materializzati dai verbi Pensare, Incontrare e Agire il bene comune, sembra quasi vogliano dimostrare un teorema: la fattibilità reale di un diverso modo di intendere l’architettura, finalizzato alla realizzazione di un “bene comune” che, elemento centrale, passa attraverso processi, progettisti, committenze e partecipazione collettiva per dare risposte a problemi, marginalità e necessità.

La prima sezione, “Pensare il bene comune” subito a sinistra di un ingresso che recupera il portale degli “Innesti” di Cino Zucchi alla Biennale 2014, concentra i motti portanti di un comitato di indirizzo composto da figure con competenze multidisciplinari che hanno costruito e mappato una possibile definizione del bene comune: dai critici di arte e architettura (Giuseppe Longhi, Maurizio Coccia, Luca Molinari e Davide Tommaso Ferrando), agli urbanisti ed esperti in progettazione partecipata e urbanistica partecipativa (Emiliano Gandolfi, Emanuela Saporito promotrice a Torino del progetto OrtiAlti insieme a Elena Carmagnani, Daniela Ciaffi), da chi si occupa di valutazione economica dei progetti (Ezio Micelli) a professionalità impegnate nella comunicazione (Andrea Mariotto) e nella semiotica (Francesco Marsciani), nella fisica (Sandro Scandolo), nell’economia solidale (Alessandro Franceschini) e nella finanza etica e cooperativa (Matteo Passini).

In “Incontrare il bene comune” una non facile selezione di casi reali, in Italia ancora troppo pochi, mette in mostra 20 eterogenei interventi sparsi sul territorio nazionale e all’estero che puntano i riflettori su alcune riuscite modalità di realizzazione del bene comune che hanno visto attivi i progettisti italiani, raggruppate in 10 tematiche che, davvero minimali come l’allestimento, forse in mostra non risultano troppo evidenti. Fra progetti pubblici e privati, grandi e piccoli, con budget limitati o maggiori risorse, sono parte della rassegna il Gratobowl, progetto di skatepark nel quartiere milanese di Gratosoglio partito dall’ente pubblico e realizzato grazie alla partecipazione della comunità, ed ElNodo, centro partecipativo per la formazione e produzione culturale sorto nel difficile contesto della messicana Saltillo, due efficaci processi di rigenerazione urbana diversissimi fra loro, il “grande” Parco Dora a Torino, che ha recuperato a parco l’area industriale dismessa più estesa della città nella periferia nord, e la micro riqualificazione del lungomare di Balestrate (Palermo), che, con limitatissimo budget, ha riportato alla vita un negletto tratto di spiaggia. Ma anche il Tecnopolo di Reggio Emilia, che sta recuperando gli ampissimi spazi delle ex Officine Reggiane, e la nuova Casa sociale di Caltron del giovane Mirko Franzoso.

Clicca la gallery di seguito per vedere tutti i 20 progetti della sezione.

Questa seconda sezione vede anche due appendici. La prima è Italogramma, che offre, attraverso le immagini di Fulvio Orsenigo e Alessandra Chemollo, una carrellata di possibili utilizzatori e modalità di utilizzo del bene comune da parte delle molte comunità, anche temporanee, che si possono ritrovare nelle nostre città. La seconda nella conclusiva area, realizzata dietro il pannello introduttivo in posizione forse un po’ troppo periferica, allestita attorno a una proiezione che monta brevi filmati illustrativi dei 20 progetti esposti realizzati, dietro richiesta dei curatori, dagli stessi loro progettisti.

Appendice - Copyright: Andrea Avezzù

Appendice – Copyright: Andrea Avezzù

Vero cuore del Padiglione, e metaforico luogo di raccolta dei frutti seminati attraverso l’impostazione e gli esempi pratici, “Agire il bene comune” ne occupa anche il maggiore spazio: concentrandosi sull’azione, si proietta nel futuro e nelle periferie cittadine lanciando la realizzazione di 5 dispositivi che, sul modello di un dispositivo zero su cui è proiettato il suo processo realizzativo e grazie a una campagna di crowdfunding avviata parallelamente all’apertura della mostra, porteranno in piazza altrettanti temi in collaborazione con progettisti e associazioni che da anni collaborano con TAMassociati.

Agire - Copyright: Andrea Avezzù

Agire – Copyright: Andrea Avezzù

Accanto ai modellini in scala, cinque moduli in legno illustrano BiblioHUB (il Culture Box di Alterstudio partners con l’AIB-Associazione Italiana Biblioteche per una prima tappa individuata nel quartiere Barona di Milano), l’Unità Monitoraggio Ambientale (il Green Box di ARCò con Legambiente per il parco di Villa de Santis nel quartiere Casilino di Roma), Articolo 10 (l’Health Box di Matilde Cassani con Emergency per il quartiere Ponticelli di Napoli), Campo libero (il Legality Box di Antonio Scarponi/Conceptual Devices con Libera per un’area rurale confiscata alla mafia a Cerignola), TO MOVEs (lo Sport Box di Nowa-Navarra Office Walking Architecture con Uisp per il Parco Dora di Torino).

Culturebox AIB-ALTERSTUDIO

Culturebox AIB-ALTERSTUDIO

 

Greenbox - LEGAMBIENTE-ARCo

Greenbox – LEGAMBIENTE-ARCo

Healthbox - EMERGENCY-CASSANI

Healthbox – EMERGENCY-CASSANI

Legalitybox - LIBERA-CONCEPTUALDEVICES

Legalitybox – LIBERA-CONCEPTUALDEVICES

Sportbox - UISP-NOWA

Sportbox – UISP-NOWA

Dal punto di vista dell’allestimento e dell’organizzazione del percorso espositivo, poco spazio è lasciato ai fronzoli e parole inutili o concetti poco comprensibili (uno dei pregi di quasi tutta questa Biennale è la sua capacità di comunicare in modo comprensibile non solo agli addetti ai lavori). Alla base della proposta c’è infatti la realizzazione di semplici moduli chiusi con copertura a falde che riutilizzano il legno del padiglione irlandese all’Expo di Milano e si poggiano su piedini composti da tubolari metallici provenienti dai ponteggi di cantiere che li sollevano da terra. Si fa buon uso anche di parte del bianco allestimento di Franco Purini, utilizzato come sfondo per le immagini di Italogramma.

Grande spazio è dato alla grafica e a soluzioni di effetto, soprattutto nella sezione Agire, dove sono utilizzati diversi supporti per illustrare i 5 dispositivi in mostra, da una non facile stampa su metalline di normale uso sanitario ma rese tristemente famose anche al di fuori dai sempre più tristi e numerosi sbarchi di profughi, nell’Health Box, alla composizione di pannelli di alluminio che fa da base per il fumetto con protagonista Guarino Guarini (“Camillo”) realizzato per illustrare lo Sport Box. Un padiglione che nella visita sicuramente non può mancare.

Allestimento Health Box - Copyright: Andrea Avezzù

Allestimento Health Box – Copyright: Andrea Avezzù

Allestimento Sport Box - Copyright: Andrea Avezzù

Allestimento Sport Box – Copyright: Andrea Avezzù

Di seguito, un video di commento al Padiglione Italia (di Laura Milan) e un’intervista a Massimo Lepore di Tamassociati (realizzata da Marco Perletti), entrambi pubblicati da Il Giornale dell’Architettura, che ha seguito in diretta la vernice e l’inaugurazione della Biennale 2016 di Venezia. Tutti gli articoli e i video della diretta di GdA sono disponibili qui.

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