Biennale di Venezia 2018: i padiglioni nazionali da non perdere | Architetto.info

Biennale di Venezia 2018: i padiglioni nazionali da non perdere

“Freespace” è stato interpretato in diversi modi dai curatori dei 61 padiglioni nazionali partecipanti. Ecco una selezione delle migliori proposte in mostra all’Arsenale e ai Giardini

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Tra la mostra principale e gli eventi sparsi in città, i collaterali ufficiali (quest’anno 12) e a corollario della mostra, ogni Biennale di Architettura è soprattutto fatta dalle partecipazioni nazionali che animano i padiglioni ai Giardini, gli spazi all’Arsenale e quelli in città che i paesi privi di una location strutturata, come ad esempio il Portogallo, allestiscono per presentare la propria declinazione del tema indicato dai curatori.

Tra i 61 padiglioni, riusciti e meno riusciti, “Freespace” presenta all’Arsenale una maggiore concentrazione di belle proposte (e suggestivi allestimenti) che dovrebbero essere parte di una visita alla 16. Biennale di Architettura.

Dopo il “Free Market” irlandese, che, paese natale delle curatrici, porta avanti una ricerca sui “centri dei piccoli centri”, i fronteggianti padiglioni della Repubblica del Kosovo e del Libano parlano di storia e territorio, di persecuzioni, politica e tentativi di rinascita, di passato e di futuro.

Da una parte, con “the CITYisEVERYWHERE” la Repubblica del Kosovo guarda al passato degli anni novanta e alla sua condizione di paese in cui la perseguitata e repressa popolazione di etnia albanese trasformò per necessità le proprie abitazioni in spazi dilatati, in luoghi paralleli alla città in cui si svolgeva la vita privata e quella pubblica dei cittadini. Il freespace della curatrice Eliza Hoxha, architetto e attivista, è qui, riassunto in un padiglione-casa che diventa metafora della condizione di un intero popolo: richiamata da un tappeto e da una distesa di parabole agganciate al soffitto (che erano tra i pochi elementi di comunicazione con l’esterno), lo spazio, come le case, si dilata all’infinito grazie agli specchi che rivestono tutte le pareti.

Di fronte al Kosovo, il Libano, alla sua prima partecipazione, presenta “The Place That Remains”. Il freespace è un territorio fatto di luoghi residuali che, a un secolo di distanza dalla grande carestia che spopolò il Monte Libano, il paese deve conservare preservandoli dalle logiche del mercato immobiliare. I mezzi di comunicazione delle analisi e delle proposte per il futuro sono un’efficace successione di cartografie che, visualizzando diverse letture del territorio e delle sue caratteristiche e risorse, animano un grande modello in legno di una porzione di territorio che in questo modo diventa un’entità tangibile.

Insieme all’Indonesia, che con “Sunyata: The Poetics of Emptiness” crea uno dei padiglioni più poetici e delicati in cui bianchi fogli di carta parlano con leggerezza (metaforica e fisica) di vuoto, spazi, artigianalità e pratiche tradizionali e architettura, Argentina e Messico propongono, alle Sale d’Armi più recentemente rinnovate, due fra gli allestimenti più belli da vedere.

La “Vértigo Horizontal” del paese sudamericano è artefice di un racconto che comunica attraverso tutti i sensi degli spettatori. Parla di un freespace reale, rappresentato dal piatto territorio delle pampas e dal territorio letto come costruzione collettiva, ma anche politico. Il centro del padiglione è una suggestiva e grande teca vetrata in cui un gioco di specchi e la proiezione di un cangiante cielo temporalesco accompagnato dal suono della pioggia e dei tuoni ricreano, insieme verde sul pavimento, l’infinito di un paesaggio in cui il visitatore è letteralmente immerso, in cui a un orizzonte infinito sono allineate due file di progetti: esposti su pannelli retroilluminati, sono 46 esempi di architetture che dal 1983, anno di fine della dittatura, hanno costruito spazi collettivi e pubblici, interventi dal carattere democratico, iniziative partecipate e infrastrutture sociali.

Il Messico, con “Echoes of a Land”, è illustrato da uno degli allestimenti più eleganti. Anche qui il freespace è il territorio, che si rende evidente già all’ingresso attraverso un modello tridimensionale di tutto il territorio nazionale realizzata da una macchina a controllo numerico su una grande lastra di granito. All’interno, 21 progetti recenti, selezionati tramite call e unitariamente illustrati da plastici (di granito anch’essi) fotografie in bianco e nero e video, diventano la guida per il racconto di un territorio di cui l’architettura è in grado di rilevare le diverse valenze, dal paesaggio alla cultura, dalla politica alla storia.

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Spostandosi ai Giardini, le letture proposte per il tema sono molte, ma nel complesso meno efficaci.

Mentre il Canada espone se stesso e il restauro del padiglione progettato 60 anni fa dai BBPR (e rivisto da Alberico Barbiano di Belgiojoso), “Island”, sviluppata da Caruso St John Architects e Markus Taylor per il padiglione della Gran Bretagna, sembra non accettare vie di mezzo: la si apprezza oppure no. Introdotta da un verso tratto da “La Tempesta” di William Shakespeare (“Non devi aver paura. L’isola è piena di rumori, Suoni e dolci arie che danno piacere e non fanno male”), l’idea è piuttosto semplice: mentre un’imponente impalcatura metallica sorregge una terrazza pubblica da cui è possibile godere di una splendida vista sulla Laguna, oltre che sui Giardini, il padiglione, completamente svuotato di ogni contenuto e aperto al pubblico nei suoi muri spogli e spazi liberi, diventa un freespace “sommerso” che nelle intenzioni vuole suggerire molti tempi (tutti i possibili?). L’idea ha già trovato il favore della giuria (è menzione tra le partecipazioni nazionali): basterà il tè servito alle 16 sotto gli ombrelloni per incontrare anche i favori del pubblico?

I non lontani Stati Uniti propongono, con “Dimensions of Citizenship”, una delle letture più complesse e politiche del tema, alla cui comprensione è necessario dedicare tempo e attenzione. Il padiglione curato da Niall Atkinson, Mimi Zeiger e Ann Lui è infatti suddiviso in sette scale spaziali (Cittadino, Civitas, Regione, Nazione, Globo, Rete e Cosmo) nei quali i quali racconta, attraverso l’architettura ma anche ricerche, arte e paesaggio, i differenti modi di essere cittadini, i diversi caratteri dell’inclusione e gli spazi della cittadinanza e dell’appartenenza, ponendosi in una posizione critica in un momento difficile della storia nazionale.

Anche per il padiglione dell’Uruguay il freespace è uno spazio politico, culturale e fisico in cui si cerca una risposta alla condizione umana in un luogo particolarmente delicato, la prigione. “Prison to Prison, an Intimate Story between two Architectures” è infatti il tema che viene sviluppato nel confronto tra due strutture carcerarie paradossalmente vicine:, una prigione impersonale e astratta, che, edificio più grande eretto nel 2017, si trova nei pressi di un preesistente carcere-villaggio che riesce a portare “l’esterno al suo interno”. Peccato per l’allestimento, ridotto alla proiezione di un video attraverso cui è sviluppato un tema che avrebbe meritato qualcosa di più.

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