Bioarchitettura in Italia: a che punto siamo? | Intervista a Witti Mitterer | Architetto.info

Bioarchitettura in Italia: a che punto siamo? | Intervista a Witti Mitterer

Witti Mitterer, presidente della Fondazione italiana di Bioarchitettura e antropizzazione sostenibile dell'ambiente, fa il punto sulla diffusione della bioarchitettura e della bioclimatica in Italia

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Istituto tecnico Ferraris a Empoli (Firenze), prima scuola in Italia a zero emissioni di CO2 (progetto di Bioarchitettura con Ugo Sasso; committente Provincia di Firenze)

In materia di riqualificazione energetica del nostro parco edilizio, come vede le politiche incentivanti e quanto pensa sia reale il raggiungimento dell’obiettivo emissioni zero al 2020? Come si può quantificare un’entità accettabile quando si parla di emissioni “quasi zero”?

Il manufatto “climaticamente responsabile” è da sempre esistito nella storia dell’uomo, come dimostrano sia l’architettura tradizionale delle regioni geografiche caratterizzate da condizioni climatiche estreme, sia gli elementi consolidati presenti in ogni tradizione costruttiva. Dopo una fase di sconsiderata spensieratezza coincidente con i pochi dollari di costo per ogni barile di greggio, il tema della progettazione accorta rispetto alle caratteristiche del clima e alla possibilità di sfruttare le fonti naturali di energia, ha ricevuto un notevole impulso nei primi anni 70, in seguito alla prima crisi petrolifera mondiale, periodo nel quale sono state sperimentate soprattutto le tecnologie solari «attive» (collettori solari, pannelli captanti, ecc.). Improvvisazione, speculazione, sovvenzioni indiscriminate hanno lasciato in questo settore strascichi e ferite solo ora in via di recupero. 

Tra le misure positive va citato l’Ecobonus per la riqualificazione energetica del patrimonio esistente, che sicuramente costituisce una goccia sulla pietra rovente. Tuttavia nei decenni successivi, con le nuove costruzioni, è andata maturando una migliore concezione solare «passiva» dell’edificio nel suo complesso che oltre al corretto orientamento, prevede l’integrazione nell’edificio sia di componenti captanti la radiazione solare (superfici e serre, gestione moti convettivi dell’aria, muri di Trombe, ecc.), sia di componenti destinati a conservare l’energia (masse di accumulo di calore, isolamento termico maggiorato, ecc.). Anche se il problema del risparmio energetico e quello della introduzione di energie rinnovabili continua a essere l’obiettivo prioritario di tale atteggiamento progettuale, oggi il livello di maturazione ha superato l’ottica del thermos (in cui ogni singola caloria captata viene preservata e custodita: ma abitare in un thermos non è umano) e si orienta verso valutazioni prestazionali, controllo dei parametri climatologici, considerazione dei valori ambientali, tecnologie integrate, sistemi di riscaldamento / raffrescamento naturale, componenti ibridi per captazione e protezione solare allo stesso tempo, incremento della luce naturale all’interno degli edifici, applicazioni fotovoltaiche in copertura e in facciata, ecc. 

Dai migliori – in verità non tantissimi – esempi internazionali di architettura bioclimatica, si ricava un’idea delle grandi potenzialità espressive di cui è capace un’architettura interagente con le dinamiche del clima e congruente con le opportunità offerte dalla collocazione geografica. In Italia sono ancora pochi gli interventi realizzati con caratteristiche ecologiche che posseggono elementi formalmente caratterizzati in grado di far presa sull’opinione pubblica trasformandosi in “moda” trainante. Un primo esempio di edificio a zero consumi è la scuola materna a Pieve di Coriano (MN): antisismica, ecologica, realizzata su nostro progetto in soli 4 mesi di cantiere con un sistema costruttivo in legno massello e laterizio privo di isolanti. Il costo del manufatto di 540 mq chiavi in mano è di 600.000 euro.

È da tempo che stiamo lavorando a Roma per l’istituzione di uno sportello pubblico di consulenza gratuita ai cittadini per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente. Attraverso il supporto tecnico qualificato il cittadino dovrà essere garantito sia sul più basso prezzo sia sulla migliore qualità del prodotto. Della proposta si sta occupando attualmente il vicesindaco Luigi Nieri.

Altre immagini dell’Istituto tecnico Ferraris

A seguito di un convegno internazionale che la Fondazione italiana per la bioarchitettura e l’antropizzazione sostenibile dell’ambiente ha organizzato a Firenze nei mesi scorsi, è stata elaborata una “Carta Medicea” di buone pratiche e, in occasione delle elezioni europee di maggio, avete presentato una lettera aperta a tutti i candidati. Ce ne vuole parlare? Qualcuno se ne è fatto carico?

Leonardo da Vinci è meno conosciuto come architetto e urbanista. Nei suoi progetti, ispirati alle funzioni vitali del corpo umano, insisteva sul concetto di “metabolismo” degli edifici che immaginava strutturati come un sistema circolatorio. Leonardo, insomma, è stato il primo pensatore sistemico, anzi, il primo “eco-designer” della storia. Una trentina tra i più importanti professionisti e progettisti d’Europa si sono dati convegno a Firenze e ci hanno lasciato stimolanti idee sulla possibile “città ideale”. I progetti che ci hanno illustrato sono concreti, realizzabili e spesso già realizzati. Il proposito è di arrivare a indirizzi e impegni amministrativi e legislativi coerenti e vincolanti. L’interesse manifestato dai rappresentanti delle Istituzioni, tra cui il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, ha già dato vita a iter parlamentari incoraggianti che potrebbero portare, in un tempo ragionevolmente breve, a progetti di legge, regolamenti e intese in ambito nazionale e comunitario.

Non si tratta solo di definire interventi non più rinviabili in materia di uso del suolo o di tutela dell’ambiente, ma di ripensare tutto il processo di pianificazione urbanistica, disegnando, ad esempio, piani regolatori che favoriscano l’aggregazione sociale e non dividano le città in zone omogenee con destinazioni d’uso talmente separate in compartimenti stagni da costringere i cittadini a continui spostamenti per soddisfare bisogni ed esigenze di diverso genere. Pensare insomma zone residenziali e luoghi dove possano convivere abitazioni, esercizi commerciali, spazi culturali e ricreativi e dove zone espressamente “dedicate” delle città siano riservate solo ad attività effettivamente incompatibili per motivi ambientali, ecologici o di sicurezza. In merito alla consultazione sollecitata lo scorso settembre dal ministro delle Infrastrutture Lupi sulla legge urbanistica (ddl “Principi in materia di politiche pubbliche territoriali e trasformazione urbana”), la Fondazione ha fatto sentire la propria voce: la riscrittura delle regole urbanistiche non può prescindere dalla cancellazione di quanto ostacola incrementi di densità e compresenze funzionali (ad esempio il DM 4.4.1968 / 1444 e le sue “zone omogenee”) e la qualità ambientale, quindi impone la cancellazione delle norme che esprimono l’edificabilità in termini volumetrici anziché di superficie utile producendo appiattimenti delle scelte ed espulsione di spazi idonei ad attività collettive. Soprattutto deve sostenere prioritariamente la qualità degli spazi pubblici e di tutti gli spazi “non costruiti”, cioè non può esaurirsi in regole sull’edificato.

Guardando, anche attraverso la vostra rivista bimestrale (che vanta oltre vent’anni di pubblicazioni), alle realizzazioni della bioarchitettura, si ha l’impressione che la ricerca sulle tecniche e i materiali sia nettamente prevalente rispetto a quella sui linguaggi. Che cosa ne pensa?

Fonti e istanze mitteleuropee, filtrate attraverso il Brennero, portano nell’ormai lontano 1987 a un conio originale e tutto italiano del termine Bioarchitettura. Acquisiti i principali temi dell’architettura ecologica e i valori della bioedilizia, in particolare lo sforzo di riportare l’edificare in un corretto rapporto sia con gli eventi esterni (suolo, sole, vento, acqua, clima, flora, fauna, paesaggio naturale) che con le necessità biologiche, tende a declinarli in visione storicistica e antropologica. Secondo la Bioarchitettura, per dare significato a ogni sommatoria di tecnologie e materiali – necessariamente corretti sotto il profilo della biocompatibilità e della ecosostenibilità – bisogna coinvolgerla nelle tradizioni, nei codici, nei linguaggi adottando un’ottica complessiva, inevitabilmente urbana. 

L’impatto con l’architettura moderna – che tende a considerare la casa come macchina per abitare, fatica a porsi nell’ottica dell’abitante e guarda al territorio come luogo non connotato e quindi indifferente – è consistente proprio perché di tipo culturale. La difficoltà della società attuale nel costruire i luoghi di cui abbiamo assoluto bisogno (caldi, accoglienti, amichevoli, sociali), viene attribuita non a scarsità di conoscenze, ricchezze, contatti, informazioni (che possediamo in misura straordinariamente maggiore rispetto a qualunque altro momento storico) ma semplicemente all’errata individuazione degli obiettivi e delle finalità dell’agire progettuale. 

Nel perseguire l’obiettivo di un’architettura più umana, la Bioarchitettura sostituisce i parametri autistici e fortemente autoreferenti di forma e funzione propri dell’architettura moderna con quelli più relazionali di spazio e tempo, intesi come riferimento ai luoghi e alla storia. Prospetta così una sorta di “nuovo umanesimo” che vede come obiettivo primario del progetto la facilità di antropizzazione: la piazza migliore è quella dove sostano gli abitanti, l’abitazione migliore dove l’abitante si sente a casa, la struttura urbana migliore quella che agevola le relazioni tra le persone. Parrebbero considerazioni scontate ma, trasformate in metodo e consapevolezza, risultano rivoluzionarie rispetto a una prassi che distingue tra edilizia (macchine per abitare) e architettura (monumenti eretti al progettista o al potere). Il sostenere che ogni luogo e ogni situazione, per poter vivere e sopravvivere, richiede attenzione e risposte specifiche porta – e in ciò risiede la principale difficoltà di accettazione della Bioarchitettura – a escludere soluzioni preconfezionate e ripetibili e quindi a rifiutare manuali compositivi e tipologici di tipo prescrittivo. Tuttavia l’ecologia, scienza della complessità e delle relazioni, insegna che questa è l’unica strada possibile affinché l’atto del costruire torni a essere percepito dalla società, così come è stato in ogni tempo, non più come temibile fonte di aggressione per l’uomo e per l’ambiente, da cui difendersi e tutelarsi attraverso leggi, ordinamenti, disposizioni via via sempre più (inutilmente) fiscali, bensì come alleanza tra l’abitante e la sua abitazione, momento centrale di relazione tra l’uomo e il mondo.

L’ambita etichetta dei saperi e delle pratiche legate all’architettura green è in Italia campo di contesa per molti soggetti: dagli enti di certificazione (Klimahaus, Climabita, GBC, LEED, Itaca) alle associazioni (voi della Fondazione italiana per la bioarchitettura e l’antropizzazione sostenibile dell’ambiente ma anche l’Istituto nazionale bioarchitettura – Inbar – e l’Associazione Nazionale Architettura Bioecologica – Anab). Non c’è rischio d’inflazione e confusione?

Con sempre maggiore frequenza nei giornali, nei bandi dei concorsi di progettazione o nelle lezioni universitarie si parla di ecologia, sostenibilità, futuro verde, ambiente, qualità della vita. Ben venga quindi ogni tipo di sforzo, di competizione incentrata sulla Bioarchitettura, nata come movimento qui a Bolzano nel 1987, fintanto che non diventi una pratica acquisita e largamente condivisa, fino a perdere il prefisso “bio” e tornando a essere semplicemente architettura. Dobbiamo muoverci tutti insieme, almeno coloro che percepiscono l’attuale inadeguatezza. Dobbiamo sforzarci di tornare a progettare, a gettare più in là, l’idea di un mondo diverso, in cui anche il più piccolo cambiamento assume un significato.

Chi è Witti Mitterer

Nata a Bolzano e laureata a Padova nel 1997, è co-fondatrice del movimento della Bioarchitettura in Italia (con Ugo Sasso nel 1988) e del Curatorium per i beni tecnici della Provincia Autonoma di Bolzano (nel 1990). Dal 2012 presiede la Fondazione Italiana di Bioarchitettura e antropizzazione sostenibile dell’ambiente.

Docente presso la Facoltà di Architettura dell’Università statale di Innsbruck dal 2008, si occupa di recupero e valorizzazione con approccio ecologico di aree e architetture dismesse. È responsabile scientifica del Corso di perfezionamento post laurea in Bioarchitettura presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna (dal 1999), nonché del Corso di specializzazione post laurea in Edilizia per la sostenibilità presso la presso la Libera Università Lumsa di Roma (dal 2006), dove dirige anche il master Casaclima-Bioarchitettura (dal 2009). Dal 2002, per la Provincia Autonoma di Bolzano sviluppa e attua progetti comunitari per la valorizzazione del paesaggio e del patrimonio storico-tecnico-architettonico (patrimonio ferroviario) e istituisce il “Percorso della tecnica” (museo diffuso) lungo la rete delle piste ciclabili con 50 siti visitabili.

Attualmente fornisce consulenza architettonico-ecologica per progetti di edilizia pubblica: la prima scuola in Italia a zero emissioni di CO2 a Empoli (Istituto tecnico Ferraris, progetto Bioarchitettura con Ugo Sasso, committente Provincia di Firenze) l’ottimizzazione energetica del complesso scolastico Alberto Sordi a Roma, il progetto di massima per la centrale di cogenerazione di biomassa dell’aeroporto di Bari (con Christian Schaller, Colonia), il masterplan per la riqualificazione urbana di Chiusa (Bolzano), la consulenza per la riattivazione della ferrovia dismessa CampoTures/Brunico (Bolzano, con Heiner Monheim), il progetto energeticamente autosufficiente per la nuova sede universitaria Lumsa a Roma (con Christian Schaller), il progetto per la scuola materna a Pieve di Coriano (Mantova, in fase di ultimazione). È coordinatrice per conto del Governo tedesco tramite l’Ambasciata di Germania a Roma del Masterplan e piano di ricostruzione sostenibile di Onna (L’Aquila).

Tra gli interventi ai convegni internazionali, vanno ricordati quelli ai Symposium per il costruire ecologico in Europa voluti dai principali ministeri dell’edilizia (Dortmund 1995, Aachen 1998, Bruxelles 2002, oltre alla direzione scientifica dei Symposium dal 18° al 23° a Bologna in collaborazione con la Regione Emilia Romagna). Ha curato mostre internazionali sul patrimonio architettonico delle aree di confine e delle opere architettoniche e ingegneristiche della mobilità ed energia. È direttore responsabile di “Bioarchitettura”, primo giornale italiano sull’argomento, edito dal 1992. 

Witti Mitterer discute con un abitante il piano di ricostruzione di Onna 

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L’autore


Luca Gibello

Si laurea presso la Facoltà di Architettura di Torino nel 1996 e consegue nel 2001 il dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica. Luca Gibello svolge attività di ricerca sui temi della trasformazione delle aree industriali dismesse in Italia ed è stato docente presso il Politecnico di Torino di Storia dell’architettura contemporanea e Storia della critica e della letteratura architettonica. Dal 2004 è caporedattore de “Il Giornale dell’Architettura”, mentre da settembre è titolare del corso di Architettura dei rifugi alpini presso la facoltà di Ingegneria edile – Architettura dell’Università di Trento. Autore e co-autore di libri e saggi, ha svolto il coordinamento scientifico-redazionale del Dizionario dell’architettura del XX secolo (a cura di Carlo Olmo, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2003). Nel 2011 pubblica il libro Cantieri d’alta quota. Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi, primo studio sistematico sul tema e dal 2012 è presidente della neocostituita associazione Cantieri d’alta quota.

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