Bjarke Ingels Group: l'odissea dell'architettura dell'adattamento | Architetto.info

Bjarke Ingels Group: l’odissea dell’architettura dell’adattamento

Un volume e una mostra ripercorrono l'esperienza dello studio Big, Bjarke Ingels Group, attraverso la costante dell'adattamento al clima

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Nell’esposizione “Architecture without architects”, tenutasi nel 1964 al Moma, Bernard Rudofsky sollevò una riflessione sull’omogeneizzazione del paesaggio urbano avviata dall’ascesa del cosiddetto “International Style Modernism”. Rudofsky notava come gradualmente gli edifici avessero iniziato ad assomigliarsi sempre di più, seguendo le linee distintive di un design che in qualche modo ha rifiutato di considerare le particolari condizioni ambientali e climatiche dei luoghi dove venivano costruiti. A New York come a Tokyo come a Bogota le città hanno visto l’esplosione di grandi grattacieli dalle caratteristiche estetiche simili, che in qualche modo rifuggevano dalle caratteristiche climatiche peculiari affidandosi pesantemente alle tecnologie, che fossero i sistemi di air conditioning, gli impianti o l’illuminazione artificiale. Tutte scelte di cui oggi, in tempi in cui l’energia è diventata sempre più ‘merce rara’, sperimentiamo le conseguenze, nei nostri edifici-casermoni isolati nelle grandi città, nei loro microclimi spesso poco salubri e altamente energivori.

Eppure l’architettura tradizionale ci ha insegnato un’altra storia, fatta di una progettazione che si adattava naturalmente alle sfide climatiche peculiari di un luogo. Gli esempi sono tanti e sono ovunque nel globo: nei villaggi greci (ma anche del sud Italia) venivano utilizzate superfici rivestite di bianco per riflettere la luce, in luoghi come lo Yemen le strutture avevano speciali camini arcaici per permettere la ventilazione naturale, e persino gli igloo restano un archetipo efficace di architettura pensata ad hoc per la particolare condizione climatica in cui svolgevano la loro funzione. Allora cosa succederebbe se, grazie all’ausilio dell’evoluzione tecnologica contemporanea, che ci permette di conoscere e monitorare nel dettaglio i comportamenti degli edifici, ritornassimo a pensare a un’architettura prima di tutto legata al contesto – soprattutto ambientale – in cui essa deve essere inserita, un po’ come ci insegnano le civiltà antiche?

Danish National Maritime Museum a Helsingør (courtesy: Big/foto: Rasmus Hjortshøj)

Tra i pionieri di questo pensiero – tutt’altro che reazionario – un posto di rilievo mondiale è occupato dallo studio Big – Bjarke Ingels Group. Guidati dal visionario fondatore danese Bjarke Ingels, lo studio ha spostato l’asse di riferimento prima di tutto sulle peculiarità ambientali e sociali dei contesti per i quali ha progettato. E l’ha fatto in modo talmente visionario da costituire un nuovo standard: che si tratti del gigantesco tappeto metallico che riveste la futura sede del Middle Eastern Media – richiamo al suq e al contempo innovativa soluzione di ombreggiatura naturale – o del museo nazionale semi-ipogeo in Groenlandia, quasi tutto ‘nascosto’ dai ghiacci, i loro progetti colpiscono per l’audacia della proposta mai disgiunta dalle effettive necessità di chi nel luogo vivrà o lavorerà.

Middle Eastern Media Headquarters (Courtesy: Big)

Greenland National Gallery of Art (Courtesy: Big)

Poco importa che dei molti progetti proposti una buona fetta – per il momento – sia ancora soltanto immortalata in un rivoluzionario render: l’approccio al clima di riferimento di Big resta coerente, in Medio Oriente come in Giappone, in Scandinavia come in Sudamerica, secondo la traiettoria ‘adattiva’ ai climi più rigidi, dall’estremo caldo al grande freddo. Gli esempi realizzati, del resto, parlano da sé: come il padiglione danese ad alta interattività pensato per l’expo di Shanghai del 2010, che ha fatto ombra su un modo di concepire l’architettura contemporanea ancora legato a canoni del passato, o il parco urbano “Superkilen”, interpretazione coraggiosa, funzionale e persino ironica della multiculturalità delle città europee.

Un’immagine del Superkilen, tratta da “Hot to Cold” (Courtesy: Big/Taschen)

 
 
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Dal caldo al freddo – ‘Hot to Cold’ – è anche il titolo di un volume, appena pubblicato da Taschen, che ripercorre tutti i progetti più recenti realizzati da Big. Descritti in modo schematico ed efficace, i progetti sono ordinati uno dopo l’altro proprio secondo un criterio non cronologico ma climatico, dalle temperature più roventi fino al grande freddo dei ghiacci dell’estremo nord. L’analisi del progetto è dettagliata e al contempo ben lontana da accademismi di circostanza: l’impatto è sulle spettacolari immagini, confermando l’abilità dello studio anche in fase comunicativa (del resto gode ormai di un culto assoluto “Yes is more”, l’archi-fumetto pubblicato nel 2013 anche in Italia che racconta l’evoluzione dell’architettura attraverso il linguaggio immediato della graphic novel).

Il volume, il cui sottotitolo è “An odyssey of architectural adaptation” nasce per celebrare la mostra monografica dedicata dal National Building Museum di Washington allo studio danese: visibile fino al 30 agosto 2015, il percorso espositivo raccoglie molti progetti a firma Big, compresi alcuni visibili per la prima volta. E non c’è da stupirsi dell’accoglienza trionfale tributata dagli statunitensi allo studio (si tratta della seconda mostra dedicata dal museo a Big): grazie anche all’attività della sede di New York, Big sta iniziando a influenzare direttamente il modo di fare progettazione negli Usa.

 

 
 

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