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Caravatti Caravatti Architetti: profilo dello studio Architetto dell’Anno 2017

Con un’attività che da anni si svolge tra l’Italia e l’Africa sub-sahariana, dove si concentrano i progetti più umili ma più premiati e pubblicati, il Cnappc ritorna a parlare di impegno e dimensione sociale e politica dell’architettura

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Con l’elezione dello studio caravatti_caravatti architetti (Emilio Caravatti, Matteo Caravatti, Chiara Gugliotta ed Elena Verri) ad Architetto dell’anno per questo 2017, conferito a Roma il 2 dicembre dal Consiglio Nazionale degli Architetti PPC in collaborazione con il Sole 24 Ore/Edilizia e Territorio e il supporto di Europaconcorsi/Divisare durante la Festa dell’architettura tenutasi al MAXXI, uno dei più importanti premi nazionali di architettura ritorna a parlare di impegno e di dimensionale sociale e “politica” dell’architettura dopo la vittoria di Tamassociati (2014).

Il riconoscimento conferito allo studio nato a Monza nel 1994, valutato da una giuria presieduta da Andreas Kipar, celebra sicuramente la qualità e la bontà dell’architettura progettata e realizzata ma anche le scelte etiche profonde che da sempre hanno guidato la produzione di uno studio attivo in Italia ma particolarmente presente in uno dei contesti più sfavoriti al mondo, l’Africa sub-sahariana.

Seguendo una linea che si accompagna ai principi fondativi della piccola onlus Africabougou (associazione nata a Monza nel 2006 di lo studio è cuore pulsante ed Emilio Caravatti il presidente) e i suoi campi di attività a servizio delle comunità locali (che spaziano dalle costruzioni a progetti di formazione e microcredito), i progetti più famosi, celebrati ma anche premiati da anni, realizzano opere piccole e all’apparenza modeste che solo superficialmente possono essere classificate come marginali e in cui all’architetto sono richieste competenze che sono ormai sempre più importanti anche nei contesti più “avanzati”: la capacità di instaurare un dialogo con le comunità e confrontarsi con i contesti locali, naturali e culturali, e con realtà e processi decisionali che parlando di Africa possono essere considerati “altri”, ma che ad altre latitudini non lo sono.

La scuola a N’tyeani (2005), progetto pilota per la costruzione di cinque scuole elementari nei villaggi di savana del distretto di Katì, 2005), il dispensario medico e sala comunitaria a N’golofalà (finalista all’edizione 2009 della Medaglia d’Oro dell’architettura italiana, 2008), la biblioteca di quartiere a Kati Cokò (2004) e il più recente centro di riabilitazione psicomotoria Jigiya So (completato nel 2015 a Katì e Medaglia d’Oro al Premio Internazionale di Architettura Sostenibile Fassa Bortolo 2017), tutti realizzati in Mali, e il centro sociale (2002) e la ristrutturazione di una piccola cappella (2003), entrambi per la comunità di Kuinima Kura a Bobodioulassò in Burkina Faso, sono solo alcuni esempi degli edifici costruiti dallo studio al servizio di comunità coinvolte nel loro sviluppo, che utilizzano materiali locali, soprattutto la terra, e recuperano tecniche costruttive tradizionali, in cui si ricerca il massimo risultato con il minino delle risorse disponibili e sono chiaramente realizzati alcuni dei sensi più autentici che può assumere la “sostenibilità”, concetto spesso troppo frainteso e strumentalizzato.

L’attività dello studio non si svolge tuttavia solo negli ambiti più sfavoriti e penalizzati, a ulteriore dimostrazione di quanto buoni progetti guidati da ottime intenzioni da soli non siano sufficienti a sostenere economicamente i loro progettisti. All’attivo dello studio ci sono infatti anche molti interventi, realizzati e rimasti sulla carta, realizzati in Italia in cui si confronta con edifici di carattere pubblico, interni e residenze, tra cui l’ampliamento del palazzo municipale e biblioteca civica ad Olgiate Molgora (2005), il centro civico con biblioteca ad Albiate (2008) o gli uffici DOT System a Lomagna (con Emanuele Panzeri, 2008). Tra i progetti rimasti sulla carta, uno in particolare è diventato un pezzo molto poco glorioso della storia recente dell’architettura italiana: caravatti_caravatti architetti erano infatti parte del gruppo di progettazione guidato dai 5+1AA e dal francese Rudy Ricciotti che si era aggiudicato il concorso internazionale per il nuovo Palazzo del Cinema di Venezia, inserito nell’elenco delle opere che avrebbero dovuto essere completate per i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia che non verrà mai realizzato nonostante i lunghi anni attesi e i molti fondi impegnati.

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