Chi è Jennifer Siegal, la donna architetto che ha vinto l'ArcVision Prize 2016 | Architetto.info

Chi è Jennifer Siegal, la donna architetto che ha vinto l’ArcVision Prize 2016

Il nostro reportage dalla premiazione dell'ArcVision Prize 2016. Con un profilo sulla statunitense Jennifer Siegal, la vincitrice, e una riflessione sull'importanza crescente del premio

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La quarta edizione dell’ArcVision Prize – Women and Architecture si è conclusa il 7 aprile al Teatro dell’Arte della Triennale di Milano con la proclamazione della vittoria dell’architetta californiana Jennifer Siegal e le menzioni d’onore alla canadese Pat Hanson, alla spagnola Elisa Valero Ramos e alla cilena Cazù Zegers.

La Siegal, e gli Stati Uniti, seguono le affermazioni di Carla Juaçaba (Brasile), Inês Lobo (Portogallo) e Angela Deuber (Svizzera).

Promosso ormai ogni anno da Italcementi Group, l’ArcVision si sta affermando sempre più come premio di valenza internazionale, per la quantità e qualità di professioniste selezionate che iniziano a fornire un concreto panorama sulla parte femminile della professione (si contano ormai oltre 100 selezionate alla fase finale di quattro edizioni) e per l’assoluto livello delle componenti della sua giuria, provenienti da settori e contesti estremamente diversi.

Accanto ai concreti esempi provenienti dal mondo della professione come Odile Decq (titolare a Parigi di Odile Decq Architectes), Yvonne Farrell (che a Dublino ha dato vita a Grafton Architects insieme alla socia Shelley McNamara), Bendetta Tagliabue (che conduce lo studio barcellonese EMBT dopo la scomparsa di Enric Miralles) e Louisa Hutton (titolare a Berlino dello studio Sauerbruch Hutton con Matthias Sauerbruch) e al direttore del Premio Pritzker Martha Thorne (anche nel board of advisors dell’ International Archive of Women in Architecture) si affiancano i punti di vista extradisciplinari della ghanese Samia Nkrumah (presidente del Centro panafricano Kwane Nkrumah), dell’indiana Suhasini Mani Ratnam, dell’imprenditrice emiratina Shaikha Al Maskari (per Forbes fra le 100 donne più influenti del mondo arabo nel 2015), del sindaco di Betlemme Vera Baboun e della giornalista Daniela Hamaui.

Punti di vista che, soprattutto durante la più raccolta conferenza stampa preliminare alla premiazione, insieme alle considerazioni su un premio che cerca di guardare al futuro hanno fornito un quadro piuttosto chiaro di una situazione attuale in cui ancora mancano concreti modelli femminili di riferimento (Hamaui) e che richiede alle donne, prima ancora che alle professioniste, fiducia in se stesse e capacità di leadership (Decq), collaborazione e immaginazione (Farrell), supporto da parte delle altre donne (Nkrumah) e possibilità di accedere alla formazione senza distinzioni di genere (Decq e Al Maskari) e aiuto per la conciliazione di vita professionale e famiglia (Thorne). Situazione che, nello specifico della professione, ha prodotto oggi discriminazione, scarsissima presenza femminile ai vertici di studi e attività nonostante nelle facoltà di Architettura siano in forte crescita e considerevoli differenze nelle retribuzioni (non solo in Italia).

In questa quarta edizione del premio, la Siegal si è imposta all’interno di una shortlist finale che ha selezionato 20 professioniste provenienti da 20 paesi di 4 continenti.

Nata a Peterborough (New Hampshire) nel 1965, Jennifer Siegal si laurea nel 1987 all’Hobart and William Smith Colleges di Geneva (New York) e prosegue la sua formazione tra costa est e costa ovest degli Stati Uniti, al Southern California Institute of Architecture e alla Graduate School of Design di Harvard. Dopo esperienze ad Arcosanti, il sogno di Paolo Soleri nel deserto dell’Arizona, e avere collaborato per dieci anni con diversi studi californiani tra cui la sede di SOM a Los Angeles, nel 1998 fonda a Los Angeles il suo Office of Mobile Design impostandone l’attività, di ricerca e nell’ambito dell’architettura costruita, su sviluppo e utilizzo di tecniche di prefabbricazione avanzate per la produzione di architetture mobili sostenibili nell’approccio, nei materiali e nelle fonti energetiche. Come lei stessa afferma “Office of Mobile Design allude alla mia ossessione per la transitorietà. Si dedica al progetto di strutture portabili, smontabili, ricollocabili altrove, da case a scuole a negozi”.

Fra le sue architetture, la maggior parte delle quali realizzate nei climi caldi e desertici della California meridionale con l’obiettivo di rendere accessibile l’architettura di qualità prefabbricata, esemplificative sono il prototipo di monolocale Taliesin mod.fab che, omaggiando Frank Lloyd Wright, riproduce in 55 mq una piccola casa nel deserto chiusa da pannelli sandwich coibentati, e il prototipo modulare da esposizione OMD prefab showhouse, che in 67 mq mette in mostra le potenzialità di tutto il suo sistema costruttivo.

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Jennifer Siegal – prototipo di monolocale Taliesin mod.fab

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Jennifer Siegal – OMD prefab showhouse

Tra le molte attività della Siegal, borse di studio e di ricerca, svolte a livello accademico e professionale prevalentemente all’interno dei confini nazionali, nel 2002 è stata parte della giuria del concorso per la progettazione di una clinica mobile per combattere la diffusione dell’HIV in Africa lanciato da Architecture for Humanity, nel 2007 dentro il board of directors del padiglione statunitense all’Expo di Shanghai e nel 2012, forte delle sue esperienze progettuali particolarmente affini alle tematiche della manifestazione, fra i giurati della seconda edizione europea di Solar Decathlon.

L’edizione 2016 di ArcVision Prize è stata anche accompagnata dall’assegnazione di un premio speciale a Gae Aulenti consegnato alla nipote Nina Artioli: protagonista della mostra “W. Women in Italian Design”, è stata riconosciuta come intellettuale e per il suo ruolo nell’architettura, dove è stata un importante esempio nel percorso nazionale di riconoscimento della qualità delle progettiste.

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